URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

martedì, ottobre 25, 2005

Il Matto


Dicono che avesse un nome breve, ma per tutti era Careca.

Toccato con mano leggera da un dio disamorato e stanco, cantava laudi a squarciagola nel ventre oscuro dei Quartieri Spagnoli.

Le cantava a notte come col chiaro, che nei vicoli stretti la luce non entrava a distinguere se non a metà del giorno e per qualche istante appena.

Dicono che fosse stato in seminario, cacciato poi perché abitato da troppi sogni. Ma forse era solo cresciuto in qualche istituto religioso, e poi restituito a un mondo troppo veloce e greve.

Sui Quartieri lo conoscevano tutti, e male non faceva. Si perdeva nei giochi dei bambini, lui più innocente ancora, e rincorreva topi e voci. La gente lo chiamava dai bassi per piccoli lavori.

Ehi, Care’, girami un momento il sugo che devo andare dal salumiere

Care’, sorvegliami le creature finché mia figlia grande non torna da faticare.

Lui girava sughi e sorvegliava creature, e sorrideva. In cambio, non mancava a sera un piatto di minestra, una coperta, un po’ di vino non ancora aceto.

Anna all’epoca doveva avere nove o dieci anni.

Raccontano che fosse una bambina come altre, solo con più silenzi in fondo agli occhi. Giocava nei vicoli la sua vita di strada e di cortile, scalza d’estate e con vestiti d’inverno troppo corti.

Dicono che avesse una voce piccola e spezzata. E nessuno l’aveva saputa mai, quella cosa.

Correva con gli altri sulle scalinate e tra le lenzuola appese come vele di galeone in secca da un lato all’altro della breve strada, tra avventure di bucanieri e sedie sgangherate in mezzo al chiasso degli altri ragazzi, e in quel rumore Anna si nascondeva.

Ma poi, dalle imposte appena socchiuse di casa sua, una mano non vista lanciava giù da basso quel collare.

Un collare per cani, un collare rosso con un’impuntura spessa lungo i bordi, consumato dall’uso al suo interno, dove la pelle si slabbrava impudica e scolorata.

Anna allora si fermava, e gli occhi le si riempivano di silenzi.

Mentre gli altri portavano via il rumore verso giochi nuovi, lei restava, con le braccia arrese lungo il corpo, con il corpo arreso lungo il silenzio del vicolo, con il vicolo che si perdeva tra le voci di tutti i vicoli dei Quartieri.

La ragazzina poi si avvicinava al collare, si chinava a terra, lo raccoglieva piano, tenendolo come fosse il collare a tenere lei portandola per mano. Scendeva allora giù, lungo la scalinatella, fino al punto in cui il vicolo si affaccia alla luce di via Toledo.

Là c’era sempre un uomo, sempre diverso ma in fondo uguale, che riconosceva il segnale, vedeva il collare e prendeva la bambina sotto braccio, e non le parlava nemmeno, e forse nemmeno la guardava, e la faceva salire su di un’auto scura, e chissà perché erano sempre scure, le auto di quegli uomini scuri non di meno.

Careca correva e cantava, e giocava a moscacieca con i ragazzi dei Quartieri, e forse era felice, anche se qualche volta piangeva chiuso avvolto serrato in un angolo, e chissà per cosa.

Dicono che fu durante quelle lacrime e in mezzo a quelle lacrime che vide, lui per primo e lui solo, il collare gettato dalla finestra, le braccia arrese, gli uomini diversi e scuri.

Per primo toccò la mano fredda della bambina quando l’auto la riportava a sera, per primo ne sfiorò i silenzi di ferro e ruggine e giovane menta in fondo agli occhi.

Io ti aiuto, le aveva detto da lontano.

Continuava la vita nei vicoli, troppo affamata di giorni e di notti per poter rallentare per un dubbio breve.

Allora entrò un giorno Careca nella casa di Anna, e forse era matto, quel giorno, o forse per nulla, e aveva coraggio e forza e fortuna, e non sorrideva, e aveva uno sguardo che apriva porte e ferite.

Aveva atteso facendosi muro nel muro, e mattone nella crepa, nascosto, immobile, finché era caduto ancora quel collare.

Allora l’aveva preso lui, l’aveva raccolto e afferrato e lo stringeva nella mano, lo teneva ben saldo e teso davanti a sé, che non potesse nuocere.

Nella stanza c’era gente, e un televisore acceso e una voce che raccontava di isole lontane e mari. Attorno al tavolo c’erano uomini che parlavano forte, e nella stanza a fianco c’erano donne che parlavano forte, e la voce che diceva di isole lontane e di mari naufragava in onde alte di parole.

Chi fa questo, disse, e non era una domanda, ma un’accusa.

Chi fa questo, ripeté alzando al cielo il collare rosso e slabbrato.

Gli uomini intorno al tavolo non parlavano più, e le donne nell’altra stanza tacevano ancora più forte. Adesso sì, adesso si sentiva solo la voce, e le isole e i mari.

A spostare l’aria immobile nella stanza si alza ora dal tavolo un uomo basso e arreso.

Si avvicina a Careca, e guarda in alto, verso il pugno alzato, verso il collare rosso. Tutti gli sguardi in quella stanza e dalla stanza accanto si alzano verso l’ostensione del collare, in silenzio.

Adagio, quasi con fatica, l’uomo arreso solleva il braccio destro, e lentamente tocca il collare, lo stringe, e con dolcezza lo sfila dalle mani di Careca, che resta ancora con il braccio alzato e la mano vuota  e stretta a pugno.

Adesso l’uomo chiama Anna, la chiama con il suo nome, accarezza con la voce quel nome quasi senza muovere le labbra, la chiama come con un sussurro, come una preghiera, la chiama come si chiama un sogno.

Entra in casa la bambina.

Anna, vuoi bene a papà?

La bambina sembra non capire. Guarda l’uomo basso e arreso, guarda Careca con il braccio teso e alzato e il pugno stretto.

Vuoi bene a papà.

Anna fa cenno di sì con la testa, piano, con movimento che scivola nell’aria spessa senza far rumore.

Vai, allora, le dice l’uomo e porge il collare alla bambina, che lo prende debole con la mano e per un attimo stringono in tre il collare, la bambina, l’uomo arreso e il matto con la mano ormai vuota.

Adesso Anna esce dalla stanza trascinata dal collare rosso, e passando accanto a Careca lo sfiora appena con lo sguardo, e nei suoi occhi non c’è dolore, non c’è rimprovero, non c’è niente.

Solo silenzi.

Ora gli uomini intorno al tavolo parlano forte, anche l’uomo basso e arreso si è di nuovo seduto in mezzo a loro, e dalla stanza accanto le donne parlano forte, e la televisione non dice più di mari e isole, parla forse d’altro, ma non si capisce cosa, le voci coprono il sonoro, e il matto non vede bene le immagini perché ora sta piangendo una piccola infelicità.

Beati gli ultimi, dice, beati gli umiliati e gli offesi, dice, ma non ricorda più perché.


Dicono poi che il resto sia stato solo qualche articolo di cronaca.

Squilibrato rapisce bambina, la polizia sulle loro tracce.

Li trovarono alcuni giorni dopo in una città vicina.

Sedevano in silenzio uno accanto all’altro, al molo, a guardare mari e isole lontane.

Dicono che la bambina sembrava felice.

L’autore del rapimento è stato affidato ai servizi sociali.

La minore ha potuto finalmente riabbracciare la famiglia.

 




[E' doveroso ringraziare il Direttore dell'Hotel Messico per i preziosi suggerimenti, in corso di redazione del branetto, circa l'ambientazione dello stesso presso i Quartieri Spagnoli. In particolare, annoto questa frase, che è da Trattato di Etica dei Luoghi:

"Se lo vuoi ambientare sui quartieri spagnoli, devi dire "sui Quartieri": a causa di un dislivello del suolo i Quartieri stanno in alto ed in pendenza e c'è una spinta naturale che spinge tutto verso il basso"]


affrancato e spedito da Effe | 08:47 | commenti (40)

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