URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

giovedì, ottobre 27, 2005

FE.P.PRE

(FEnomenologia del Parcheggio PREserale)


Eppure lo sai bene, che è sul filo del minuto che si gioca la salvezza.

Voglio dire, se torni a casa dopo le venti, non hai nessuna possibilità di trovare parcheggio entro i confini regionali. A quell’ora, infatti, ogni centimetro quadro di asfalto non edificato è occultato da un fiume di lamiere che non conosce soluzione di continuità.

I ritardatari come te circumnavigano il quartiere con occhi iniettati di sangue e bloccasterzo in mezzo ai denti, in un'atmosfera da Soluzione Finale; ognuno di loro è un potenziale assassino seriale, e venderebbe a rate agevolate la propria madre in cambio di un posto in doppia fila.

Dopo un’ora di tentativi ti arrendi, e parcheggi l’automobile a dieci isolati di distanza dalla tua abitazione. Che poi, chiamarlo parcheggio. La macchina è equamente distribuita tra un divieto di sosta con rimozione forzata e le strisce pedonali. Ma comunque.

Dopo una marcia di tre giorni ritorni finalmente a casa, mentre ormai è notte fonda. E proprio quando sei di fronte al tuo numero civico, accade.

Sempre.

Lo hai cercato a lungo, prima, e lui è qui adesso.

IL parcheggio.

Ampio, ortodosso, ben illuminato, ed esattamente davanti a casa tua.

Infili le chiavi nel portone ostentando indifferenza, lo sai bene che quel ghiotto posteggio verrà presto occupato da qualche fuoristrada giapponese, no?

No?

Cincischi con le chiavi, attendi, temporeggi. Il parcheggio è ancora vuoto. E’ una tentazione a cui non puoi resistere.

Guardi di sottecchi la strada: è deserta, non ci sono ronde di ritardatari.

Strisci lungo il muro fischiettando sublimi arie d'opera, poi, appena voltato l’angolo, percorri i dieci isolati di prima in sette secondi netti.

Raggiunta la tua auto, non apri la portiera, la scardini. Avviare il motore, ingranare la prima e partire sgommando è un tutt’uno. Sull’asfalto restano ben spalmati un paio di chili di mescola morbida, provenienti dai tuoi pneumatici nuovi.

Percorri a tavoletta un rettilineo, disegni chirurgicamente le curve, incollato alla strada.

Intravedi il parcheggio: è ancora libero. Ancora dieci metri e sarà tuo.

Ma poi.

Succede sempre.

Anche questo.

Proprio all’ultimo incrocio, una vegliarda attraversa la strada trascinandosi dietro un botolo riottoso. Inchiodi con leggera sbandata a un micron di distanza dalla decrepita nonnina.

Il botolo si ostina, s’impunta, non vuole attraversare e si blocca in mezzo alla strada, mentre la centenaria lo tira per il guinzaglio.

Porti gentilmente il tuo motore a diciottomila giri, svegliando puranco l’inquilino sordo del decimo piano. Il sacco di pulci viene trascinato alla velocità di un centimetro all’anno.

La figura a sei zampe, composta dal dannato canide e dalla serafica vecchia non ha ancora del tutto superato la sagoma della tua auto, che già rilasci di netto la frizione. Sgommi sul posto per una dozzina di secondi, mandando in fumo quel che restava del nuovo treno di gomme. Finalmente riparti.

Nove metri, otto, sette, il parcheggio è lì.

Ma poi, accade sempre.

Perfino questo.

Quando ormai ti stai già gloriando della memorabile impresa, arriva una caricatura d’auto, una scatoletta, un giocattolo di un metro di lunghezza, e si pianta proprio al centro del posteggio.

Del TUO posteggio.

Resti basito.

Cala la mascella, la fronte si abbatte sul volante deformandolo a cloche d’aereo.

D’improvviso, realizzi che la gramasorte non ha giocato ancora tutte le sue carte. Ingrani la retro, e bruci a ritroso i soliti dieci isolati.

Le ruote girano ormai sui cerchioni, emettendo rumori da cingolato.

Guidi a memoria, non guardi neppure nel retrovisore. Se la matusa è ancora in mezzo alla strada, ebbene, peggio per lei, e comunque quanto ancora dovrà vivere, un giorno, forse due, tanto vale affrettare i tempi, che diamine, così l’erario risparmia anche sulla pensione da erogare.

Arrivi infine in loco, pronto a lasciare un paio di banconote da cento sotto il tergicristalli per il vigile che verrà a multarti per divieto di sosta.

Ma il parcheggio precedente, nel frattempo, è stato occupato da un autotreno libanese parcheggiato in verticale, con i fari dimenticati accesi che illuminano un cielo psichedelico.

Affranto, non potendo lasciare l’auto incustodita in mezzo alla strada, ti appresti a passare la notte all’addiaccio coperto da un ruvido plaid.

D’improvviso, senti uno scrosciare liquido provenire dalla ruota posteriore sinistra.

Ti affacci dal finestrino in tempo per vedere il botolo di prima con la zampetta ancora alzata.

La bestiola si gira verso di te e ti guarda.

Potresti giurarlo, che quello che gli si dipinge ora sul muso è un abominevole sogghigno.


affrancato e spedito da Effe | 09:13 | commenti (46)

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