Questa settimana, blog a scartamento ridotto.
Giusto il tempo per ribadire, dopo recenti visioni domestiche e nell’indifferenza generale, l’intolleranza che si nutre costì nei confronti di quel romanzo della normalizzazione, di quell’inno all’omologazione, di quel manuale dello spirito libero reso domo che è il Pinocchio collodiano.
Libro francamente horror e d’atmosfera gotica, che insegue fin negli incubi il lettore con quello spaventevole leit motiv: un bambino come tutti gli altri.
L’unico carattere laicamente positivo del testo è il mai abbastanza lodato Lucignolo, l’antagonista, il sempre contro.
Ne avete mai saggiato con polpastrello sensibile e lingua schioccante il profilo musicale ed epico?
Lucignolo ha la vitale naturalità di un Papageno e la statura tragica e ineluttabile di un Don Giovanni parimenti mozartiani.
E’ un Achille che accetta con sprezzante dignità, e senza piegare il ginocchio, il proprio destino d’esser mortale e cantato in eterno.
E’ il prototipo dell’intellettuale dissidente alla Thoreau, che vende l’abbecedario come rifiuto di una cultura e di un sistema di valori in cui non si riconosce, per partire alla ricerca di una sintassi più nuova e vera.
D’accordo, nel testo di Collodi (un autentico pendaglio da forca, costui) Lucignolo fa quella che pare essere una brutta fine, ma non scordiamo che la storia la scrivono i vincitori, e che le cose potrebbero invece essere andate diversamente.
Io sono convinto che di Lucignoli ne circolino ancora, non domi del tutto, non normalizzati, per le nostre strade.
Lucignoli siamo noi, a volercene ricordare.
E non che ci si illuda d’essere poi d’un altro legno; ma se anche burattini, almeno che si sia di quel tipo che i fili tenta di reciderli
(per i Lucignoli sabaudi, ricordo che oggi pomeriggio, alle 18.30, presso l’orologio delle olimpiadi di Piazza Castello si terrà, ratto e fulmineo, il flash-poetry-political-mob per ricordare Pasolini. Conduce il poeta Arsenio Bravuomo.)