URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

martedì, novembre 08, 2005
Se i personaggi in cerca di storie (gioco letterario)

La colpa

Da quella volta, invece, non aveva sorriso più.
Nella sua vita tuttavia, non breve e semplice mai, ragioni per sorridere aveva inteso ritrovarne sempre.
Ragazzo appena o non ancora, era salito ai monti a farsi partigiano, nella Langa alta tra Belbo e Bormida. Era così minuto, allora, che nella brigata, per canzonatura lieve, lo chiamavano Carnera, come Primo, il pugile gigante.
Durante l’ultimo inverno e duro, in un rastrellamento la formazione era stata isolata dagli uomini della repubblica, subito accosto a Mombarcaro. Allora mandarono Carnera a chiedere rinforzo al comando di Mondovì, ma fai presto, corri, perdio.
E corre il ragazzo a fondo di un vallone coperto di neve fresca che cede a ogni passo, là, in direzione di quella macchia di pinastri che dà riparo.
A pochi metri ancora dagli alberi, e senza fiato ormai, gli punge la spalla sinistra un rovo di sangue, una manciata di bacche scure, una fucilata irregolare a pallettoni. Stringe ora i denti, Carnera, corri, fai presto, perdio, ma il cuore strattona come un motore senza più benzina.
Fuma il sangue caldo e di miele fiottato a scia sulla neve che quel contatto scioglie, fuma il fiato di Carnera al gelo bianco e intatto e adesso colmo di silenzio.
Una nebbia che sale piano agli occhi lo vince infine.
Era caduto ai piedi dei pinastri, e là lo trovarono più tardi.
La guerra era adesso lontana oltre mezzo secolo di vita, ma non la rabbia, non quel rancore per il compito mancato, e per quei morti, che erano suoi.
E dopo la guerra, gli anni duri a ricostruire, il trasferimento nella Città Grande, così estranea e scura, e quarant’anni in catena di montaggio.
E ancora, durante questo, la famiglia, un figlio, il sogno amaro e piccolo di due camere e cucina alla periferia nord con mutuo di vent’anni.
Una vita non breve, e facile mai. Ma aveva voluto sorridere sempre, che questo Paese, questo futuro l’aveva costruito anche lui, anche se, ora che il futuro era presente, gli sembrava di non riconoscerlo già più.
Fino a quando poi si era trovato, vecchio d’improvviso e in una volta sola, seduto a una fermata d’autobus, senza memoria di dove venisse, e di dove fosse diretto, Senza memoria, in verità, che ci fosse qualcosa di cui aver memoria. Si era come ridestato infine, attraversando la strada per rientrare nel portone di casa, giusto dirimpetto.
Il figlio gli aveva rimproverato poi con rabbia da taglio l’andare in giro senza documenti che ne raccontassero l’identità, nel caso di altra amnesia, e più duratura. Ma lui era Carnera, ancora e sempre Carnera, e quale documento poteva mai confermare quella carnale identità?
Da quella prima volta, e altre ce n’erano state poi e taciute, non aveva sorriso più.
Sentiva la vita procedere a strattoni, ancora, come un motore privo di benzina. Questo pensava, quando lo chiamò indietro la voce del figlio.
Papà, dov’è Matteo?
Come? Io
Matteo, figlio del figlio, quattro anni incontenibili e felici. Carnera spesso lo portava al parco, come anche in quel pomeriggio, freddo d’inverno e di prima neve.
Dov’è Matteo, papà?
Non aveva risposto nulla. Era rimasto a guardare il volto di suo figlio, a interrogarvi invano qualche traccia di se stesso, qualche verità della sua storia.
Avevano cercato a lungo in tutto il parco, e oltre il viadotto, e nelle strade vicine. Alla fine si erano rivolti alla polizia. Ma poi la ricerca, a ora tarda, era stata sospesa, ed era solo più notte e nebbia e maledizione, papà.
Carnera restava alla finestra dell’appartamento e della sua vita. Aveva gli occhi fuori fuoco, e non sapeva se la nebbia fosse fuori o dentro lo sguardo.
La neve cadeva, adesso. Il vetro della finestra, a poggiarci la fronte contro e a premerla con qualche forza, era umido e freddo.
Non sorrideva, non sorrideva più.
Poi comprese.
C’era una discarica, oltre la rete al termine del parco. Là aveva portato il bambino molte volte, per vedere il volo a turbine dei gabbiani che sbiancavano il cielo inurbato. Il bambino guardava i gabbiani, e piano alzava le braccia, e anche lui volava di un volo leggero.
Il vecchio afferrò il cappotto senza neppure indossarlo e corse giù in strada. La nebbia gelata graffiava occhi e respiro e ricordi.
Correva in mezzo alla neve e alla periferia vuota, ed era ancora Carnera, di nuovo Carnera.
La spalla sinistra duole come per lo sparo, adesso, e il petto anche, e il cuore batte a strattoni, come un motore senza più benzina. Ma corri, perdio, corri, fai più fretta, questa volta non cadrai, non questa volta.
Carnera attraversa il vallone e raggiunge la macchia di pinastri, e lì lo aspettano ora tutti quelli della sua brigata.
Pronto? Qui è il comando di polizia. Abbiamo ritrovato il bambino, sta bene, è qui. No, no, sembra sereno e in buone condizioni. Era avvolto nel cappotto di un vecchio che abbiamo trovato accanto a lui. Il vecchio deve aver tenuto in grembo il bambino per tutta la notte, proteggendolo dal freddo e dalla neve. Come? No, non lo sappiamo, non aveva documenti d’identità, e quando siamo arrivati era già morto.
E una cosa, poi.
Strana.
Il vecchio sorrideva.
 
 
[Meccanismo del gioco.
Di ogni libro esiste un testo-ombra, un testo-matrice, che non è mai stato scritto, ma è esistito nel mondo virtuale dell’autore – o forse, e con pari dignità, in quello del lettore.
Queste scritture invisibili hanno corpo volatile e privo di profilo, e costituiscono la biblioteca dei Libri Mai Scritti.
Carnera è un personaggio tratto dal racconto di Fenoglio Golia (da Un giorno di fuoco). Un personaggio minore, a cui tocca infine chiudere la storia con un gesto inaspettato e irrimediabile.
La letteratura ha un tempo proprio, che è il tempo del mito; rende i personaggi immortali stagliandoli in un presente eterno, in un gesto senza fine – ma, al contempo, nega loro la vita e il divenire.
Nelle pagine di Fenoglio, Carnera resterà per sempre ragazzo, immutato e perciò perfetto e irrisolto.
Qui si ci si è provati a portarlo nel tempo dell’uomo, fuori dal mito, dandogli vita normale e altra occasione.
Chissà quanti personaggi darebbero la propria immortalità, il proprio istante eterno, in cambio di una vita altra, imperfetta, difficile e vera, a riscatto o punizione.
Se ne avete voglia, concedete una storia a un personaggio di vostra scelta, sul vostro blog o qui, lasciandone traccia nei commenti a questo post.
Per creare una Biblioteca Inesistente e, per questo, del tutto necessaria.]

Hanno dato un corpo alle ombre:

Diamonds, L'Oro di Praga (qui, nei commenti)
Gardenia, La morte di Ivàn Il’iĉ (qui nei commenti)
Senzaqualità, La donna del tenente italoamericano (nel suo blog)
Anonimo, La moglie di quello che si fece avere il passaggio dal ragionier Parisio (un abbozzo d’uomo, almeno così pareva)  (qui nei commenti)
Sphera, La signora S. (nel suo blog)
Adrix, La Metamorfosi (qui nei commenti)
Viscontessa, La vera storia di Genoveffa (qui nei commenti)
Missy, La vera storia di Anastasia (qui nei commenti)
Fuoridaidenti, Il nipote di Gregorio (nel suo blog)
Flounder, senza titolo (qui nei commenti e nel suo blog)
Brezzamarina, Antonio Zavalza (nel suo blog)
Giorgioflavio, La storia di P.J.C. (nel blog L.A. Noir)
Sicilia, Di Giuseppe a Ferruccio (nel suo blog)
Ecate, Lo sfortunato innamorato sedicenne di Agnes (qui nei commenti)
Bustrofedon, Altre tristi tigri, (nel suo blog)
Riccionascosto, Volto di donna (qui nei commenti e nel suo blog)
Gilgamesh, Il paradiso perduto (qui nei commenti)

affrancato e spedito da Effe | 01:05 | commenti (117)

THE CURE
Hard Boiled Blogosphere
Blog Aggregator 3.3 - The Filter

 

 

dipinto da buba