Diario Minimo Indispensabile
Vado persuadendomi, e da tempo ormai, che ogni realtà non sia che il seguito necessario di una qualche fantasia, e che scrivere le cose significhi, in qualche modo, farle accadere ed essere.
Ne ho già riportato testimonianza in passato, e nuovamente non resisto alla controprova.
Ho ricordo nel modo più vago (la traccia c’è, negli archivi qui a dritta, ma vattelapesca dove ritrovata da un cecchino nei commenti) di un branetto herzoghiano in cui un carattere strappava, lungo i quais parigini, le pagine di vecchi libri, facendole poi scivolare non visto nelle tasche dei passanti, così che le storie conoscessero altre direzioni e respiri e vite.
Ebbene.
Per limitare la cronaca al minimo sindacale, avantieri due traiettorie urbane (la mia e l’altrui) si sono intersecate, collidendo.
All’esortazione ecumenica (Scambiatevi un segno di pace e i vostri dati), ho rovistato nel tascapane, cavandone due fogli.
Dispiegati, i fogli si sono rivelati per essere la stampa di altri due brani, La linea e Rapsodia, resi in carta per permetterne la lettura a terzi e poi dimenticati.
Una delle due storie ha quindi raccolto sul retro le mie generalità, scomparendo poi nella tasca estranea e all’orizzonte.
Conoscere quale ne sarà ora il destino, se una cauta gloria oppure un orgoglioso disonore, non è cosa che mi appartenga più.
Né mi stupisce che sia accaduto; infatti, e del tutto precisamente, era già scritto che ciò fosse.
Postilla
Prima di scegliere quale foglio utilizzare, e pur i simili frangenti, ho ponderato a lungo le due storie, per individuarne la più adatta a persone e circostanze.
Perché la vita, occorrerebbe non scordarlo, è in molti modi un’esperienza estetica.