URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, novembre 28, 2005

Joaquín Urruti, santo


Ve ne faccio testimonianza e giuramento, e in ciascuna parola ci sia ogni verità: fui santo per condanna, e senza colpa.

La santità non è una scelta, né aspirazione; si viene messi in mezzo, ci si trova coinvolti, è tutto qui.

Quando portarono la mia statua in chiesa, una voce gridò E’ un errore!, ma nessuno ascoltava, e la voce era la mia.

Joaquín Urruti.

Di un santo non ho avuto il nome e neppure la vita. Figlio di nessuno e nipote della lavandaia, vestito con i cenci che nessuno reclamava più, senza forma e di nessuna misura ormai.

Per le strade del villaggio con ragazzi di vita dura e di coltello, e sulla carrozzabile ad aspettare il viaggiatore e la sua borsa. E poi, con quel poco, una notte o due di bettole tristi e di donne allegre giù in città.

Fino a quel giorno, fino a quel viaggiatore e la sua mano forte sulla mia, e la povere sui nostri vestiti e noi a terra, e la sua gola e il mio coltello.

Mi nascosi tra i topi di un granaio perché nessuno chiedesse conto.

Erano i primi freddi delle piogge, ma sudavo e bruciavo di una febbre color di notte. Mi trovò il padrone del granaio, e senza saper chi fossi si provò di guarirmi con impiastri forti d’erbe.

Hai qualcosa che ti consuma dentro, disse, e la febbre non scendeva.

Fu chiamato il padre dalla missione con la stola e con il libro. In chiesa non c’ero andato mai, e lo cacciai a morsi e pugni, che lo sapevo io cosa era giusto per spegnere l’incendio che bruciava corpo e gola.

Andai con gambe spezzate alla cantina di Pascual, umida e scura. Trovai posto tra ladri e bari e farabutti, né mancò chi offrisse da bere. A ogni sorso forte, a ogni risata d’ubriachi, scendeva la febbre di appena un po’.

Si udirono grida poi da fuori, e rumori, e accorrere di gente. Un uomo a cavallo aveva travolto e ucciso una piccola india, una bambina a piedi scalzi nella pioggia e di abito leggero.

Era un uomo, dissero quelli, che aveva stivali di cuoio lucido e speroni d’oro, e il cavallo era grigio e giovane  e nervoso, e non avevano fermato la corsa sulle strade di fango ormai.

Mi avvicinai barcollando di febbre e d’acquavite, reggendomi alle spalle di chi c’era.

La bambina era a terra, il viso e il corpo di sangue, e senza vita.

Inutile il medico, e con quali soldi, poi. Inutile il prete, e con quali parole, poi.

Vedevo ogni cosa da lontano, e attraverso occhi che erano di fuoco e torba.

Allora, e non so se fu la febbre o alcool oppure sogno, allora mi chinai sulla piccola india, mi chinai prendendola tra le braccia, mi chinai e la sollevai stringendola tra petto e pioggia.

Ogni goccia lavava via il sangue, e il corpo e il viso erano di nuovo puri.

Allora soffiai su di lei, dai piedi al capo, il mio respiro di malaria e aguardiente, un alito di disastro e di destino.

La bimba sussultò, inghiottì un brivido, e poi era viva, fu viva, visse, e ancora l’avevo tra le braccia.

La posai a terra, e solo la gamba destra era rimasta offesa e avrebbe sempre zoppicato.

Era d’intorno un silenzio come prima dell’alba, come la cascata prima del salto.

A mezza voce, poi, E’ un miracolo, si disse, e poi E’ un angelo, e poi E’ un santo.

Io ero tornato già alla cantina con passo da ubriaco, ma una mano mi tratteneva, e altre mi toccarono, e le voci mi chiedevano Ancora, e volevano essere guariti, e liberati dal malocchio e dal debito, e volevano giustizia di un compare che li aveva ingannati nell’acquisto di una mula, e volevano perdono per la colpa e l’adulterio.

Io li scansavo e spingevo e scalciavo, ma loro erano sempre più vicini, potevo sentire vite e fiati che mi premevano contro, schiacciandomi alla parete.

Afferrai per il collo una bottiglia rompendola sul tavolo, e con quella li fermai.

Che volete da me? Non mi conoscete, allora? Io sono Joaquín Urruti, figlio di nessuno e tagliagole. Andate via. Andate via!

Disse Per proteggerti, il cacique, quando mi portò via dalla cantina sotto scorta.

Nella cella sentivo che con il padre missionario discuteva, ma ero stanco e debole, e dopo giorni finalmente mi addormentai.

L’indomani i due mi domandarono come avevo fatto con quell’india, e perché, e chi mi aveva dato il permesso, e se fosse cosa di diavolo o di arcangelo. Ma io non ricordavo nulla più, erano passate ubriachezza e febbri facendomi nuovo, e non sapevo perché ero lì.

La gente intanto circondava la casa del cacique, e voleva il santo, apparteneva a loro, lo avevano trovato loro, e la voce della folla era di tuono e fiume in piena.

Può darci delle noie, disse il padre missionario,  guardando verso me.

Non lo farà, rispose il cacique.

Mi portò allora in una stanza quasi buia che sembrava senza fondo, trascinandomi a mani legate sulla terra battuta.

Hai finito, mi disse con sorriso breve, mentre infilava la lama lunga  nel costato. Riuscii ancora a colpirlo con la fronte rompendogli il naso, così che l’ultima immagine che imparai fu la sua espressione di dolore stupito, e il suo sangue che si mischiava al mio.

La folla premeva a onde e maree, e disse il padre missionario che l’arcangelo aveva portato via Joaquín. Ma dalla gente si levò una pietra e un’altra e molte altre ancora, che colpivano le guardie e la casa e la pioggia.

Allora il cacique con il naso rotto fece fare al falegname e in un giorno soltanto una statua che mi rassomigliasse, e il mio ritratto fu così con il ghigno storto con cui ero morto.

Allora la folla smise di premere e gridare e lanciare pietre, e mi portarono in processione, e per la prima volta entrai in chiesa. Lo dissi, lo gridai che era un errore, che non volevo, ma mi posarono a fianco dell’altare, insieme agli altri santi.

Al mattino dopo, non si sa se fu il padre della missione o il cacique o forse io stesso, la statua si trovò che dava le spalle all’altare e alla gente, voltata verso la finestra aperta a est. Nessuno osò toccarla più.

La gente chiedeva miracoli e grazie, e io continuavo a dire Sono Joaquín Urruti, figlio di nessuno e tagliagole, andate via.

Alla fine si stancarono, credendo in santi più lontani e veri.

Dopo tutti questi anni, nessuno ricorda più chi rappresenta questa statua, perché è girata, e per qual motivo si trova qui.

Nessuno consuma più il pavimento in ginocchio o accende ceri a togliere un po’ di eterna oscurità.

Solo una donna, a ogni festa comandata, viene in silenzio e lascia pochi fiori. Non chiede, non prega, non dice.

Così di spalle, senza guardare, non so chi sia, e quale il suo nome.

Posa soltanto i fiori, e si allontana poi con passo fiero e irregolare.

 

 

 

(Poiché esiste una rete di reti – così era la blogosfera ai suoi inizi – i semi di questo branetto sono stati gettati prima in questo post di Manginobrioches e nei relativi commenti, e poi in quest’altro post trìspito di Riccionascosto. Tout se tient.)


affrancato e spedito da Effe | 09:15 | commenti (30)

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