martedì, settembre 23, 2003
[continua dal post precedente]
Il maître incespica, sgambetta, vortica le braccia, sta per cadere, forse recupera l’equilibrio, ma inciampa nelle mie gambe distese e infine crolla sul tavolo alle mie spalle, abbattendolo con un gran frantumio di delicate porcellane.
Una porzione (generosa, in verità) di filetto al pepe verde, dopo un triplo carpiato (punteggio massimo) a mezz’aria, mi plana delicatamente sulla spalla destra, mentre sulla sinistra si ricompone in bell’ordine il contorno.
“Grazie tante - riesco a sillabare debolmente – il dolce magari lo salterei”.
Mentre il cameriere e il mio vicino di tavolo si scazzottano senza più ritegno, improvvisando un incontro di lotta nella trippa con le cotiche (la maggioranza degli avventori scommette sul cameriere), guadagno prudentemente l’uscita.
Fuori sta diluviando. E ho lasciato l’ombrello in macchina. Macchina che, per altro, un carro attrezzi sta portando via sotto i miei occhi. Mentre tento di impedire quell’atto di appropriazione indebita (“C’è un equivoco, il paraurti posteriore non era in divieto di sosta!”), vengo trattenuto da un figuro che, per la vaga rassomiglianza, giudico poter essere parente di terzo o quarto grado del maître. Il tizio affonda la mano nel taschino della mia giacca (“Ma che fa, tocca?”) e ne estrae un toupet inopinatamente terminatovi. Il buon uomo si calca sulla cervice quello che ormai sembra un fungo atomico peloso chiazzato di brodaglia verdastra. Allora lo riconosco: è proprio lui, il maître (“Torni ancora a trovarci”. "Senz'altro, non mancherò di certo").
Il pranzo è andato. La macchina pure. La giacca è zuppa (in almeno due sensi).
Un barbone mi passa accanto e borbotta sentenzioso: “Abbiamo iniziato tutti così”.
Per favore, ridatemi il mio blog.