URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, dicembre 05, 2005

Gli occhi del leone


Si chiamava ora così, ma il cognome era un tempo Pecs. E nella distanza breve tra i due nomi c’erano quarant’anni non più suoi.

Di quel giorno che aveva cambiato la sua vita ricordava nulla ormai: una pioggia da occidente, un fiume, e gli occhi del leone.

Dopo, era stato un rincorrersi di sogni. Sognava di essere ancora a casa, e invece era un treno. Sognava allora il treno, ed era nave. Sognava poi la nave, ed era un mondo nuovo. E un nuovo nome.

Perché lui non fosse venuto via con loro, sua madre non l’aveva detto mai. Non ne aveva parlato più, fino a fargli perdere ogni memoria di quei giorni. Sapeva solo che c’era una parte della sua vita che non era continuata, che era rimasta indietro, dentro gli occhi del leone.

Gli inizi duri, la città senza confine. La lingua diversa, che lo faceva esser muto.

Poi, un giorno, la centralinista al telefono disse che c’era una chiamata a carico del destinatario da Budapest, e chiesero a sua madre se l’accettava. Restò lei sospesa, come riportata indietro.

Poi disse con lentezza No, riagganciando il ricevitore.

Era il 1940, e tutto da allora cominciava.

Diventò l’uomo nuovo, nel Nuovo Mondo, a farsi carico di un’identità che non sapeva, e gliela dicevano allora in molti: ebreo.

Viveva come altri, ma d’altri gli sembrava la sua vita. Qualche notte poi si svegliava ancora e ricordava gli occhi del leone, che lo chiamavano verso ricordi che non aveva più.

Di suo padre non sapeva. Era morto forse, o vivo in qualche luogo del mondo, e non sapeva cosa più augurarsi.

Un padre che non c’è, non si può non odiarlo.

Un padre che non c’è, non si può non amarlo.

Trovò un giorno, e quarant’anni dopo, quella foto che aderiva alla pagina di un libro. La foto era sua, era lui assurdamente giovane. E sullo sfondo, gli occhi del leone.

Non pensò a nulla, furono il corpo e le braccia e le mani a decidere per lui e per il mondo  di carte di credito e ore d’ufficio che subito lasciò in volo.

Lo svegliò la hostess che erano atterrati già a Budapest. Quando raggiunse la città, aveva solo una foto, un’emicrania da fuso orario e quarant’anni di domande.

Ma no, in fondo aveva anche altro: un anno, il 1940, e una telefonata senza risposta.

Si diresse all’Archivio della Società Telefonica di Stato.

L’archivista  lo lasciò sedere alla sua scrivania, tra una fotografia sfuocata e un vecchio telefono in bachelite nera. L’uomo gli portò poi un breve elenco, gli abbonati di Budapest del 1940.

Sfogliò con occhi socchiusi, trovando infine.

Dohány utca, 2.

48031.

Imre Pecs.

Suo padre.

Seguì delicatamente con il dito l’onda dei numeri scritti accanto al nome, e riconosceva e ricordava, ora: 4, la spigolosità del suo carattere, 8, il bacio della sera, 0, quella volta insieme sul Danubio, 3, la guancia ispida di barba, 1 come unico e dio in terra.

Era lui, era lì, era suo padre.

Accarezzava ancora la sequenza e il ricordo. Ora sapeva tutto, ora ricominciava a vivere da quel giorno.

L’archivista lo avvicinò di spalle.

Quei numeri, quelle persone. Tutto cambiato, adesso. Le utenze telefoniche hanno numeri diversi, e molti di quegli indirizzi, di quelle case, di quelle vite, non esistono più. Ma qui, e solo qui, hanno ancora storia, hanno ancora senso.

L’archivista lo osservò per un istante, per accertarsi che avesse compreso bene, poi si allontanò.

Lui non pensò, neppure questa volta. Posò l’elenco accanto al vecchio telefono, alzò la cornetta e fece girare la rotella quante volte era necessario per comporre quel numero inesistente.

Il telefono raschiò un suono di nebbia, e poi.

Poi uno squillo.

Due.

Pronto, sono Imre Pecs, con chi parlo?

Rimase immobile, con la cornetta che premeva più forte sull’orecchio.

Tutte le parole non dette, tutte le domande, e gli attimi e i ricordi mai avuti, erano lì, attraverso un cavo consumato.

Pronto, sono Imre Pecs, chi è all’apparecchio?

Quaranta anni. Quarant’anni di vuoto che ora si colmavano d’improvviso, come una rapida di fiume.

Pronto, pronto, volete rispondere?

Lui restò sospeso, come risucchiato indietro.

Poi, con una lentezza che veniva da lontano, disse No, riagganciando il ricevitore.

Sul Ponte delle Catene, lungo la strada che lo riportava all’aeroporto, il leone lo guardava, ma era solo pietra ormai.


affrancato e spedito da Effe | 09:35 | commenti (30)

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