Domenica mattina
Un grembiule di cuoio conciato, dieci coltelli e uno stiletto ha ricevuto, come unica eredità.
Un grembiule di cuoio conciato, dieci coltelli, uno stiletto e il segreto, per diritto di primogenitura.
Il segreto dell’arte e del rito.
Un grembiule di cuoio conciato, dieci coltelli e uno stiletto, ma soprattutto il segreto, per dare inganno alla morte.
Uccidere la bestia non è che l’ultimo atto, quello estremo e più semplice, di un rituale che sa di tempo e di origine, rivelato solo a quanti vennero iniziati.
E’ arrivato dal nulla, nell’aia fredda piena di mattino, e lo aspettano di già. Viene a compiere il rito, a celebrare il mistero.
Il norcino, dopo aver chiamato con il giusto nome l’animale che ora verrà sacrificato, gli parla piano, chinandosi accanto a lui quasi in ginocchio, e stringe allora un patto e un’alleanza con la bestia.
Ascoltami, fratello. Così io ti chiamo, mio fratello, perché sei cresciuto in mezzo a noi, accanto alle nostre case, perché ti sei nutrito del nostro stesso cibo, perché se la malattia o il destino ti portano via prima che sia venuto il tempo, piangiamo la tua morte come una sventura, perché quando tra poco griderai, il tuo grido sarà come il pianto dei nostri figli, e perché, grazie al tuo sacrificio, il tuo corpo sette volte darà frutto, e sette volte sette rivivrà nel nostro corpo e nella nostra vita, nel cibo e negli oggetti che le tue carni, le tue ossa, la tua pelle e tutto il corpo diverranno. Lo vedi, fratello, lo comprendi ora perché è necessario che tu adesso muoia? Perché ci sei indispensabile, perché sei speranza e salvezza, e grazie a te supereremo l’inverno avaro, e con te avremo abbondanza e felicità. In cambio di questo patto di fratellanza e del tuo perdono, il sangue tuo diverrà il nostro sangue, e le tue carni la nostra carne. Vieni, fratello, vieni adesso, il tempo è giunto, vieni tra di noi ora.
Così dice l’uomo all’animale, e la sua voce è miele, e lo sguardo di cielo, e il cuore sincero, e tutti i presenti ascoltano le parole e le approvano, in attesa del sacrificio.
Anche l’animale si fa mansueto in segno di resa per obbedire all’alleanza, ma d’improvviso lo afferrano per i garretti e lo issano sul paranco costruito in mezzo all’aia.
Quando vede il mondo cambiare prospettiva in modo così orribile, quando sente il sangue affluire a ondate alla testa, coprendo di amaranto gli occhi, solo allora la bestia comprende davvero l’inganno dell’uomo comparso dal nulla. Comprende, ma è troppo tardi, già un taglio profondo a mezzaluna lo soffoca.
E allora grida.
Un grido alto di lamento e accusa, un grido che offende e maledice, che condanna l’assassino e la sua discendenza fino alla fine dei tempi, e che pretende riparazione.
E’ il grido di chi non riconosce più la fratellanza e non concede perdono.
E il grido penetra allora nella lama del coltello che affonda nella carne innocente, il coltello che scanna, la lama affilata che apre la gola da parte a parte con movimento netto, non crudele ma privo di incertezza. E, dalla lama, il grido passa alla mano che impugna il coltello e che toglie respiro e vita, e dalla mano e attraverso il braccio e il petto il grido arriva fino al cuore dell’uomo, e là esplode, con ogni rabbia, con violenza, con disperazione, e nel cuore il grido si fa lama e coltello per spaccare quel muscolo vivo.
E l’uomo morirebbe certamente di vertigine, se non conoscesse il rito e il segreto. Sarebbe perduto anche lui come l’animale, ucciso dal patto e dalla necessità.
Ma proprio allora, proprio in quell’istante, mentre un orcio raccoglie il sangue scuro che fiotta dal taglio profondo, il sangue caldo e denso che schiuma come vino nuovo, nel momento in cui tutti festeggiano la prosperità e la fortuna, credendo che ogni cosa sia finalmente compiuta, quando ormai le donne si preparano a lavare il corpo della bestia, a lavarlo e mondarlo con acqua bollente, ecco che il norcino si accosta allora alla pesante testa dell’animale che sfiata ancora l’ultima vita, e ne cerca lo sguardo pieno di amaranto, e mentre la bestia guarda per l’ultima volta l’uomo arrivato dal nulla, questi sussurra le parole.
Pochi suoni, e rapidi, che solo in due, uomo e animale, possono intendere.
Parole che sono il vero sigillo della fratellanza e del perdono e che, sole, possono vincere la maledizione e l’accusa e il grido, annullando l’anatema a difesa dalla vertigine, le parole dell’assoluzione.
Nessuno può conoscerle, nessuno sente quelle parole, patto e amuleto, promessa e salvezza.
Nessuno sa cosa dice l’uomo, né quale risposta legga nell’ultimo sguardo della bestia.
Quelle parole sono il segreto del norcino, il suo mistero, l’unica eredità che, stanco d’anni e di sacrifici, lascerà un giorno come diritto di primogenitura.
Un grembiule di cuoio conciato, dieci coltelli e uno stiletto.
E le parole a rendere indelebile la vita.