URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

mercoledì, gennaio 18, 2006

Filoferrotranviaria

Deh, non pare passato poi molto dal tempo delle transumanze di carovane nei caravanserragli, delle diligenze su strade polverose, dei passaggi rubati al cassone degli autocarri.

I tram nell’ora di punta, dico, occasione di eroismi e di guerre civili che durano al massimo fino al capolinea.

Il tram nell’ora di punta è luogo di sfide alla legge di impenetrabilità dei corpi e del calcolo dei volumi. La densità della popolazione su cotali mezzi è in assoluto la più alta del pianeta.

Il corpo umano inoculato nel tram si nicchia, si plasma, s’incunea, fino ad occupare spazi che non ci sono, presi a prestito dalla vettura successiva.

Quando ci si introduce in un tram nell’ora di punta, occorre essere abili a disperdere le proprie membra: il piede destro s’interpone tra una borsa della spesa colma di carciofi e fichi d’india e la macchinetta obliteratrice dal bordo tagliente;  il piede sinistro viene infilato nella tasca di uno studente fuoricorso da vent’anni; il fegato lo si appende agli appositi sostegni; l’ipofisi sventola dal finestrino; di ambo le mani non s’ha più notizia alcuna.

Laonde per cui, una volta incuneati all’interno della vettura -  di sghimbescio, in diagonale, secondo la parallasse e in pieno effetto Doppler - chiuse che saranno, e con difficoltà, le porte, non ci sarà neppure necessità di reggersi durante la transumanza, data l’impossibilità, non dico di cadere, ma fianco di chinarsi, o starnutire, o muovere il sopracciglio sinistro – da qui, l’indifferenza con cui si constata la scomparsa delle mani di cui sopra.

Viaggiare sezionati e senza pensiero è un bel vantaggio.

Di contro, non s’azzardi ognuno a lasciar cadere qualcosa di tasca o dalla mano (avendola per ventura ritrovata, ma in realtà apparteneva ad altri).

L’immobilità coatta rende impensabile qualunque tentativo di recuperare quanto ha obbedito alla legge della caduta dei gravi, ed è perduto per sempre.

Sul fondo degli autobus c’è una guazza, un maelstrom di chiavi del regno, carte di discredito , dichiarazioni urgentissime d’amore del 1873, giustificazioni firmate dai genitori di personaggi ormai orfani.

Tutte cose che è risultato impossibile recuperare, una volta cadute, e che formano ora una sorta di Ufficio Oggetti Stupiti di trovarsi lì.

C’è da scommettere che in questo magma si ritrovino tutte le cose smarrite del mondo.

Ricordo d’aver perso, una volta, e mi trovavo sul Gennargentu, una buona occasione; la rividi poi anni dopo sul pavimento del tram numero 18 che sferragliava giulivo nella capitale sabauda. Mi riconobbe anche lei, credo, e forse mi sorrise, ma subito dopo la persi di vista, ritrovandomi invece in bocca il ginocchio di un ferroviere in pensione che doveva scendere già da un quarto d’ora.

Perché, in effetti, il problema del tram nell’ora di punta non è tanto quello di salirvi, quanto di riuscire a scendere, con una certa approssimazione, a una fermata che sia situata almeno all’interno dei confini della provincia d’interesse.

Questo non sempre è possibile, e durante la traversata dell’intero percorso i tipi umani ivi costretti alla convivenza inscenano drammi sociali, si conoscono, si sposano, hanno figli, divorziano, si riconciliano, festeggiano la pensione (all’epoca in cui salirono sul tram erano dei neoassunti).  

C’è un intero mondo, o anche un mondo e mezzo, nel tram dell’ora di punta.

Un’armonia quasi perfetta, rovinata poi dal solito guastafeste che turba l’equilibrio con l’inopportuna, molesta e francamente incomprensibile domanda rituale: Scusi, scende?

Quando lo vorrà Iddio, figliolo.


affrancato e spedito da Effe | 09:01 | commenti (40)

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