URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, febbraio 13, 2006

Chiaroscuro


Non rimane che resistere ancora i giorni, e sperare le notti.

Quando scende lungo tutta l’avenida Malabia, svoltando d’improvviso da qualche calle, è come se il ritmo ampio e sicuro del Rio de la Plata si fosse fatto carne, a scorrere tra lastrico e case.

Ogni tarda sera ha camicia bianca che nasconde il cuore, e pantaloni neri che intramano movimenti di velluto.

Ha zigomi alti, Carlos, quasi da indio, e occhi color della distanza.

Ha un dolore pallido che lo fa bello, e una tristezza sprezzante che gli apre ogni amore di donna.

Nel barrio Palermo, dove ogni uomo sa far vibrare corde di chitarra e lama di coltello, Carlos arriva di sera.

Lo aspettano.

Lo vogliono.

Dalla parte opposta del barrio compare anche un Vecchio, ogni sera, e appoggia al bastone un passo lieve.

Il Vecchio e Carlos non si guardano, non si parlano, ma sempre si ritrovano nella stessa sala, e mentre il Vecchio siede in un angolo, Carlos tutta la notte balla.

Con i piedi che sfiorano il parquet, le spalle dritte, il corpo che disegna storie in diagonale e al centro, Carlos balla ogni tango, ogni milonga, per tutta la notte.

Balla come una necessità, come un dolore.

Balla ogni notte una vita diversa, fino all’alba.

Ogni donna vuole la sua bellezza pallida e la voluttà del movimento, e cede alla fine sfiancata e sorridente, e subito un’altra ne prende il posto tra le sue braccia, fino a che quasi grida e si abbandona.

Carlos non parla, non sorride, con il corpo a fianco della donna raccoglie ogni apertura della musica, la rilancia, e ripete ogni figura: la Media Luna, la Cadencia, el Ocho, el Cruzado. 

Carlitos, ama solo me, balla solo per me.

Ma Carlos ama tutte allo stesso modo, e nessuna, e balla come se fosse solo, o non fosse lì.

C’è chi dice che debba espiare, e balli fino a ottenere il perdono.

C’è chi dice che voglia vendetta per una donna da tutte le donne.

C’è chi dice che solo nel tango ritrovi vita l’unico suo amore.

Ma nessuno sa, e Carlos balla, balla tutta la notte, fino a ogni alba, e tutti vanno a vederlo, e lo amano e lo odiano e non possono fare a meno di ammirarlo.

Dal barrio allora arriva una notte a sfidarlo Pato Torres, nerocorvino, ed è come un leone.

Sfida Carlos, lo vuole rendere nulla, non c’è nessuno che gli sia superiore nel tango.

Pato Torres non vuole correre rischi, e ordina agli orchestrali che eseguano Caminito.

La gente gli fa spazio, lo lascia al centro della sala.

Il suo tango racconta di amori forti e lontani e di destini inutili, e qualcuno si gira per nascondersi mentre piange.

Ora tocca a Carlos, che non ha mai guardato Pato Torres durante Caminito.

Carlos balla con una donna che sa di muschio e di luna, e la tiene salda e s’accosta a lei con movimento così lento da farlo sembrare immobile.

I due corpi compiono una sola figura, una soltanto, ma così lenta e dilatata nel tempo, che dura l’intero ballo.

E’ un non-movimento torrido, sensuale, che rimanda il piacere ancora un po’, ancora un po’, e ancora.

Le donne intorno asciugano sui fianchi le mani sudate, gli uomini si slacciano il colletto della camicia.

La donna di Carlos a stento regge la tensione e il fuoco, alla fine si fa rigida e perde i sensi.

Carlos la lascia scivolare a terra, indifferente.

Non la guarda, e non cerca con gli occhi Pato Torres, che se n’è andato alla settima battuta dell’orchestra, quando ha visto Carlos quasi immobile, quando ha sentito il desiderio, e ha capito chi era il migliore.

Ma questa, infine, questa è forse l’ultima notte.

Lo avvertono tutti, lo sentono nel corpo e nella musica.

Carlos non è mai stato tanto pallido e bello.

Balla ogni tango con una tristezza crudele, balla intere vite, e sempre ricomincia.

La Lustrada, el Boleo, el Cruzado, el Alfajor.

Non bastano le donne presenti nella sala, altre ne vengono chiamate perché lo accompagnino fino alla resa.

Anche gli orchestrali riprendono fiato mentre altri li sostituiscono, ma Carlos no, non si ferma, sembra che debba ballare ogni tango del mondo prima che venga l’alba, e balla e danza e disegna figure e destini, finché alle prime luci si spezza, cade sulle ginocchia, uno sfregio di sangue dal naso sulla camicia.

Mentre Carlos ansima con lo sguardo a terra, bellissimo e lunare, il Vecchio si avvicina, e tutti si aprono di fronte a lui e restano muti.

E’ ora che il Vecchio parli, che riveli, che sciolga dall’obbligo, se c’è vincolo, che perdoni, se c’è colpa, che conceda, se c’è diritto e dica se sì, e dica se no.

Ma il Vecchio non dice, non scioglie, non concede, non perdona, come se non fosse abbastanza, non ancora, e poi gira le spalle e strascica il passo fuori dalla sala.

Si alza anche Carlos, respinge con movimento brusco le mani che vogliono aiutarlo, e si pulisce dal sangue col dorso della mano.

Quando esce, lo ferma per breve la luce che non è abituato a trovare in strada, dopo l’ultimo tango.

Sorride un sorriso triste, e scende lungo l’avenida Malabia, svoltando poi a un canto.

Tornerà.

Non rimane che resistere ancora i giorni, e sperare le notti.



(contributo a certe grammatiche del tango)

affrancato e spedito da Effe | 09:44 | commenti (75)

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