URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, febbraio 27, 2006

L'altro


Aveva lei uno strappo proprio in mezzo all’anima.

Lui andava in giro a riparare cose.

Avrebbe aggiustato anche quello.

Lo strappo l’aveva aperto la moglie del maniscalco, che leggeva vite in fondo agli occhi: amerai per sempre un uomo solo, e avrà lui destino di falco e corpo di serpente.

Ma lei lo aspettava anche da prima – solo, adesso sapeva da cosa lo avrebbe riconosciuto. Furono allora notti in attesa, e mani che stringevano il cuscino.

Era bella, e non era il primo a chiederla così in sposa. A tutti dava lei l’identica risposta, e tutti la sospiravano, e per sempre.

La chiese anche lui, ed era un pomeriggio come questo, con l’aria gialla di polvere di sole.

Amerò per sempre un altro, e avrà corpo di serpente e destino di falco.

Lui andava in giro per valli ad aggiustare cose, e riparava finimenti e forconi, e vecchi muri, e ossa rotte, e ferite aperte. Avrebbe aggiustato anche un amore così.

La prese lo stesso, allora, e nel paese chiunque lo invidiava, e di più lo compativa.

La casa era lassù, a monte del paese, e aveva scucito il tempo tetti e muri, e slegato le finestre. Lui aggiustava cose, e aggiustò una vita per loro due.

Nella casa sul bricco, ogni giorno rotolava pieno e lento. La notte, però, lui si svegliava carezzando la sua assenza a metà letto.

La cercava, allora, e lei era sotto il portico, o dietro al pozzo, o dopo il campo, a cercare con lo sguardo tra terra e buio, verso quella parte d’orizzonte da cui, solo a desiderarle, nascono promesse.

Lei stava in piedi, scalza ad affondar radici, abbracciata alla camicia da notte che un vento leggero sbandierava piano.

Lui la prendeva per mano, ed era come se dovesse ogni volta insegnarle di nuovo a camminare. La riportava in casa e la baciava sugli occhi, a cancellare quello che non aveva visto. Poi la spogliava piano, e le ricordava come amare, e dividevano in due un amore solo, il suo, ma a luce spenta, che non voleva vedere il suo sguardo lontano.

Al primo anno la notte lo fermò dall’altra parte della valle. Mancava ancora qualche ora di cammino, e la pioggia non allentava. Ma lui sapeva di dover tornare, non poteva lasciarla sola contro la notte intera.

Arrivò scavando il fango con un passo che non sapeva attendere, e trovò la casa al vuoto. Andò avanti ancora, verso quella linea d’orizzonte.

Il sentiero scendeva buio giù al paese, contando dieci volte cento passi. Solo dalla taverna arrivava luce, e lì la trovò, con la camicia da notte bagnata che raccontava il corpo pieno, e braccia d’altri che la stringevano ridendo.

Tutti gli sguardi caddero a terra, quando entrò lui, e in silenzio.

Non disse nulla.

Aveva una crepa che lo attraversava dentro, ma avrebbe aggiustato anche quella.

La sollevò, e lei era come addormentata. Sotto l’ultima parte della notte che cadeva a inzuppare ogni mondo, tornarono alla casa vuota. Lui le asciugò i capelli lunghi, e le regalò un sonno breve e senza sogno.

Per l’intera vita, poi, tutti e due avevano aspettato, ma i loro occhi in attesa non si erano trovati mai.

Sedevano adesso vicini, sulla panca sotto il patio, con la schiena contro il muro caldo.

Lui guardava il pomeriggio giallo, pensando a tutta la vita, a tutte le vite passate lassù ad aggiustare, ad attendere, a riportare indietro.

Per lui erano trascorsi cinquant’anni, nascosti tra le rughe della pelle cotta al sole.

Per lei sembrava passato un sogno breve, tanto era uguale a quello che era stata.

Lui sentiva che i ricordi lo abbandonavano piano, e sapeva cosa questo volesse dire. Comprese allora che non poteva più aspettare, e le domandò se, in tutti quegl’anni, almeno per un’ora, un istante, uno sguardo, l’avesse infine amato mai.

Lei gli prese la mano macchiata e stanca, baciandola con labbra ancora rosse.

Hai avuto di me ogni giorno, il mio lavoro e il mio riposo, la prima parola al mattino e l’ultima sul far di notte. Ma io ho amato un uomo solo, che aveva destino di falco e corpo di serpente. Ho amato lui, ho amato la sua stessa attesa.

Lui aggiustava agli altri ogni cosa. Ma quell’amore, invece, no.

Si alzò nella vertigine.

E’ calato il sole, disse, ed erano le tre del pomeriggio. Scivolò a terra senza rumore, e fu un momento breve, che a vivere occorre tempo, ma a morire no.

Lei lo guardò prima senza capire, poi s’inginocchiò al fianco, e prese a cantare un dolore con voce tiepida. Adagiò la testa di lui sul grembo, cullandolo lieve, mentre lacrime che non aveva pianto mai sapevano ora di ferro e vento.

Lo cantò e lo cullò e pianse fino a sera. Poi trascinò il corpo, leggero ormai di vita e pesante d’ombra, fino al pavimento di cucina.

Lo spogliò, per la prima volta in luce e non nel buio, poi prese acqua calda e sapone per lavar via dalle rughe fonde il colore della terra e del lungo tempo, e olio profumato per confondere la durezza dell’ultimo giorno.

Lavò con cura il volto e il petto e i fianchi e le gambe che erano state dappertutto.

Poi lo girò con fatica, che il corpo era rigido e distante, e adagiò il petto e il ventre sul pavimento nudo.

Avvicinò il sapone  e l’acqua, e lì si fermò.

La schiena sua di anni e attese, cotta dalle estati e bianca d’inverno, terminava in una minuscola coda a squame.

Sulle spalle, cicatrici fonde raccontavano, inutilmente ormai, di giorni oppure sogni, un tempo alati.


affrancato e spedito da Effe | 10:32 | commenti (72)

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