Questo insegna dunque la storia, che s’ha da trarre giovamento dall’esempio di vita delle Grandi Personalità del passato.
Prendete, ad esempio, Leroy Johnson.
Che poi, Leroy Johnson non era neppure il suo nome, ma quello del personaggio che interpretava in Fame (è inglese, non equivocate, non era un documentario sul centro-africa).
Ora non recitate la pare dei ggiovani che non sanno di cosa parlo; almeno due generazioni sono rimaste segnate dal film e dalla conseguente serie televisiva.
Dicevo, Leroy Johnson non era il suo nome, eppure tutti lo chiamavano così, e lui si arrabbiava moltissimo ("E abbasta con 'stu Leroy, io NON mi chiamo così, dannazione, almeno tu lo dovresti sapere, no, mamma?").
Fame era ambientato a New York.
Oppure no, forse era un’altra città, Albuquerque o Starwood in Aspen, non so, con le geografia yankee io non è che.
E insomma, c’era questa scuola in cui tutti erano creativi e magnifici e bellissimi e ottimisti e anche se erano pessimisti alla fine tutto andava a posto e si ballava in mezzo alle strade di New York o Chicago o New Orleans e si cantava e il mondo era migliore.
Che se per caso tu invece stavi preparando un compito di trigonometria, subito ti veniva un magone formato famiglia, tanto la tua vita era differente da quella di Fame, e non eri affatto creativo, e se eri pessimista, be’, avevi del tutto ragione d’esserlo, che le cose mica si mettevano a posto da sole, nella vita reale, e allora buttavi il libro di trigonometria e sognavi di essere là, a New York o Denver o Atlanta, con il tuo piccolo sogno italo-americano sotto il braccio.
Se oggi, mediamente, l’italiano sa poco o nulla di trigonometria, è certamente colpa di questo tipo di televisione, del tutto diseducativa.
C’è mancato poco che si creasse un effetto Albania, con carrette del mare che dall’Italia salpavano per gli States (New York, Miami o San Francisco) verso il Paese dei Balocchi. Poi, in verità, sono cambiati i palinsesti tv, e anche il Paese sembra un po’ meno dei balocchi.
Ma, dicevo, prendete Leroy Johnson (che non si chiamava davvero così, forse l’ho già detto).
Ebbene, cosa gli mancava? Era famoso in tutto il mondo, aveva soldi, successo, era bello, e se anche non era bello, quando sei ricco e famoso sei bello lo stesso.
Eppure, guardate qui, è morto.
Non oggi, eh, questo non è un necrologio.
Ora, in effetti, è vero che morire non è una cosa poi eccezionale, capita piuttosto di frequente. Non alla stessa persona, intendo dire in generale, che al singolo individuo capita mediamente una sola volta nella vita, di morire, salvo eccezioni. Ma non è questo il luogo per.
Chissà, forse Leroy (o come diavolo si chiamava, accidenti a lui) nonostante fama e danari, avrebbe cambiato la sua fulgida e breve vita con quella di un geometra del Comune con un mutuo trentennale da pagare e la figlia con l’apparecchio ai denti e il vicino di casa che ascolta musica techno alle due di notte.
E chissà se lo stesso cambio lo avrebbero fatto gli altri protagonisti di Fame.
Aspetta, come si chiamavano? C'erano anche due italo-americani (ci sono sempre due italo-americani.)
Danny Amatullo e Bruno Martelli, ecco come.
Diomio, saranno vent’anni o più che non sento questi nomi, eppure non li ho scordati.
Un verso di Miguel de Unamuno a memoria, per dire, non lo saprei recitare, ma Danny Amatullo e Bruno Martelli, perdiana, quelli me li ricordo.
Niente da fare, siamo ciò che guardiamo in televisione, oppure ciò che sogniamo (era solo questo, che volevo dire)