Eppure era lì, contro ogni ragione.
Una scheda.
In più.
Il presidente del seggio si asciugò la fronte su cui l’afa del tropico disegnava fiumi e laghi e smottamenti di paesi interi, e ricominciò il conteggio.
Poi fu il turno del segretario, che per gusto d’eleganza non si era tolta la giacca bianca per tutto il pomeriggio e si era così consumato per l’umidità e il calore, evaporando e prosciugandosi, e adesso il vestito sembrava di due taglie troppo grande.
Infine toccò agli altri componenti del seggio.
Niente da fare.
Iscritti alle liste elettorali: 237. Schede vidimate come da verbale: 237. Schede scrutinate: 238.
Il presidente si abbandonò a una breve crisi nervosa, in cui ammise che lui non ci voleva neppure venire, a fare il presidente, che ce lo avevano mandato, che lui voleva fare il poeta, altro che politica, il poeta, voleva fare, e comporre versi immortali, e invece.
Il segretario ingollò l’intera caraffa di limonata, trattenendo in bocca il ghiaccio e facendolo crocchiare tra i denti mentre misurava a passi brevi e veloci il perimetro della stanza sempre più calda, perdendo altre due taglie.
C’era una scheda in più, non era possibile il dubbio.
Eppure, tutte le schede sembravano autentiche, regolarmente timbrate e vidimate dal presidente.
Qualcuno aveva votato due volte, e nessuno se n’era accorto.
- Signor presidente – disse d’improvviso il segretario, che ormai era diventato piccolissimo, tanto che le maniche della giacca strisciavano per terra – dobbiamo eliminare una scheda, e il gioco è fatto.
- Non si faccia sentire dagli altri, per carità – sussurrò il presidente strizzando il fazzoletto con cui si era asciugato la fronte – e poi, quale scheda annulliamo? Sembrano tutte regolari. Dal conteggio cosa risulta, chi è il vincitore, l’Uno oppure l’Altro?
- Sono in perfetta, e peraltro evidentemente irregolare parità.
- Santi numi, santi numi! - ripeteva il presidente, mentre sotto il fazzoletto strizzato s’andava formando una pozza che macchiava di scuro l’impiantito. - Come possiamo scegliere di far vincere l’Uno oppure l’Altro, senza violare la reale volontà degli elettori?
Dal vestito quasi vuoto del segretario giunse una vocetta piccina.
- Lasciamo fare alla sorte. Estraiamo una scheda a caso, e che Dio ci guidi la mano.
Il presidente raccolse da terra il vestito bianco e ormai vuoto del segretario e lo ripiegò in bell’ordine, posandolo sul bracciolo della sedia.
- E così sia.
Con la scusa di diramare le ricerche del segretario evaporato, il presidente inviò i componenti del seggio in varie zone dell'edificio; poi, rimasto solo, si bendò scrupolosamente gli occhi, girò tre volte su se stesso, chiamò a raccolta i Santi, e tolse dal cumulo una scheda ignota. Alla fine sospirò, sollevato e sudato.
- In fondo, una scheda in più o in meno, cosa vuoi che cambi.
Alla sera tutta
la Nazione era sintonizzata sulla radio di Stato. Per le strade rimbombanti e vuote, anche lucciole e cani randagi e radi avevano sospeso ogni movimento.
L’attesa era di granito, e in bocca sapeva di sabbia e mare.
Alla fine, gracchiando dagli apparecchi a valvole,
la Voce Ufficiale annunciò che, dopo tanti anni di potere torvo, alla fine l’Uno era stato sconfitto, e l’Altro risultava vincitore.
Da ogni casa, da ogni vicolo, da ogni città, da ogni provincia, da ogni regione, e finalmente dal Paese tutto intero si levò allora un grido che spezzò l’attesa e aprì il mare, e il grido era leggero e di sogno, e tutti si riversarono nelle strade a ballare e abbracciare vicini, parenti, amici e nemici.
La felicità rumorosa e incontenibile coprì le ultime parole della Voce Ufficiale, che comunicava mestamente come l’Altro avesse vinto, in effetti, ma per vantaggio d’un voto soltanto.
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