L’Uomo del Tempo arriva lieve a prima mattina, segnando il cammino alla luce da est a ovest e da ieri al giorno che viene.
Percorre la strada già scorticata dal caldo risalendo dalle Basse di Stura fino al vialone di macchine e bitume a margine della Città Grande.
Nelle tasche ha un torsolo di mela e cinque pietre. Le pietre gli servono per ancorarsi al suolo, che un sogno improvviso non se lo porti via, o per scacciare qualche randagio che gli contende lo steccato degli orti nascosti nell’ultima periferia. Il torsolo gli ricorda che ieri ha mangiato e oggi potrà anche farne a meno, se la giornata è storta.
Su scarpe e giacca di lana indossa polvere fine di ghiaione e di fiume in secca, che quest’estate ha reso le acque per metà di pietra.
Ha portato la luce adesso in Città, e il mondo s’avvia con i primi banchi del mercato e i negozi e le voci ancora striate di notte in Piazza delle Erbe. E’ da qui, dal centro ortogonale e aromatico della Città Grande, che inizia sempre il suo lavoro, e alla cadenza del passo oscilla regolare alla spalla una bisaccia di tela grossa e cuoio.
L’Uomo cammina fino alla fine del giorno senza che ci sia sosta se non breve, perché il Tempo è talmente poco.
Il Tempo è tutto qui, lo si può quasi raccogliere nelle mani e non ce n’è altro, scorre via in fretta e si consuma perché, se pure eterno, infinito però non è.
E quando di tempo non ce ne sarà più, quando non ne resterà più nulla, cosa ne sarà di tutti e di ogni cosa? L’Uomo pensa questo e si accarezza la barba color dell’oro rosso, mentre
la Città Grande gli scivola intorno come corrente che non lo bagna.
Se posa per poco la bisaccia sull’asfalto quasi liquido di sole e scioglie il nodo della corda di canapa che ne serra l’imboccatura, in quell’attimo subito concluso si racconta da sé il suo segreto, e a esser fortunati si può conoscere che quello che l’Uomo cattura e trasporta a spalla, e adesso è così vicino da poterlo toccare, altro non è che il Tempo, solido e metallico.
Orologi in numero incontabile, di ogni dimensione e peso e forma.
Orologi, e fermi.
Lancette, e immobili.
E’ proprio questo che fa, l’Uomo. Ferma il Tempo.
Non lo lascia scorrere via. Lo cattura qui, dentro la bisaccia e per sempre, e non permette più che ne esca.
I suoi orologi sono trappole a cui il Tempo resta legato. Sono oggetti vischiosi che attirano i momenti e non danno scampo.
Ogni orologio può catturare un solo istante, l’attimo esatto indicato dal quadrante immobile. Nel momento in cui le lancette hanno smesso di girare, quello è l’istante conquistato, quello è l’attimo sotto scorta in cui il Tempo ha terminato per sempre di fuggire via.
E se anche il resto del Tempo continua a scorrere, non per questo l’Uomo si arrende al suo lavoro necessario che salva dalla fine e rallenta la dissoluzione.
Da polsi e tasche d’altri li prende, gli orologi, senza far male e anzi, con cura sceglie il prossimo lavoro.
L’Uomo ferma il Tempo a chi ha troppa fretta e vive in breve, a chi sta perdendo l’ultima occasione, a chi vede allontanarsi un amore, o da troppo nutre un inutile dolore, o vuol vivere un solo giorno in più, e non potrebbe.
A tutti loro, l’Uomo rallenta il Tempo, catturandolo alla tagliola della bisaccia che pende dagli spallacci.
E se tornerete voi a casa con polso nudo e tasca vuota ormai, allora anche oggi non avrà vegliato invano l’Incantatore di Momenti, il Vincitore di Istanti, l’Uomo del Tempo.