giovedì, ottobre 23, 2003
The Cure # 3
Residence di lusso, di quelli abitati solo da nuovi ricchi e dalle solite mantenute. Chissà madame Alexia a quale categoria appartiene. Una divisa gallonata con un usciere dentro sorveglia l’ingresso. McPost, chiedi al colonnello dov’è l’appartamento di madame.
Un profumo alle mie spalle. Rosa. Rosa Thea, potrei scommetterci.
“Hai da accendere?”
Salve. Non ci siamo già visti da qualche parte?
“Piuttosto originale, come approccio”.
Che posso farci, a me le battute le scrivono. Però davvero, baby, mi sembra d’averti già vista.
“Allora, mi fai accendere oppure no?”
Ho solo un ultimo cerino. Vuol dire che non fumerò neppure oggi.
“Grazie, io non dimentico mai i favori”.
Io invece lo faccio spesso. Come ti chiami?
“Non sai che alle signore non si domanda mai il nome?”
Ma quella non era l’età?
“Nel dubbio, meglio essere discreti in tutto. Non mi piacciono le persone che parlano. Preferisco quelle che fanno”.
Che fanno cosa?
“Perché, esiste forse qualcos’altro?”
Deglutisco a fatica, mentre la fiammella del cerino danza sul fondo dei suoi occhi verdi.
“Tenente, l’usciere dice che qualcuno è appena salito dalla signora Confused. Sento puzza di bruciato”.
Sono le mie dita, McPost. Mi sono dimenticato di spegnere il cerino, mentre ascoltavo l’eco dei tacchi a spillo perdersi dietro l’angolo. Tieni pronta la scacciacani e saliamo anche noi.
La porta dell’appartamento è socchiusa.
“Tenente, sta uscendo qualcuno”.
Ha lo sguardo spaventato l’uomo che si proietta fuori dall’appartamento, abbattendo con una spallata il mio vice. Mi faccio da parte, lasciando corridoio libero al fuggiasco. Mentre mi sfila di fianco, lo marchio con un uppercut alla base del mento. Faccio sempre così, quando voglio attirare l’attenzione di qualcuno. Di solito funziona.
McPost, ingioiella i polsi del signore, quando si sarà risvegliato. Io entro in casa.
Madame Alexia non aspettava visite formali, a giudicare dal kimono che indossa. Non è frequente trovare una madame così, appesa per i piedi al lampadario. La lunga parrucca bionda, scivolata per terra, rivela l’identità indubbiamente maschile della vittima.
“Tenente Marlblog, abbiamo risolto brillantemente il caso. Ora leggo
all’amico i suoi diritti”.
Sarà per un’altra volta, McPost. Togli le manette al signore.
“Ma tenente…”
E aiutalo a rialzarsi. Ma cosa sta cercando, lì per terra?
“Pazienza per il premolare, ma l’incisivo superiore ci terrei parecchio a ritrovarlo”.
Mi dispiace, non c’era altro modo per fermarla, Signor…?
“Gengis Squonk”
Immigrato?
“Con regolare permesso di soggiorno. Mi fa male il mento”.
Metta del ghiaccio. Nello scotch. E faccia una buona bevuta. Conosceva la vittima?
“N-no. Sì. Cioè, la conoscevo come Alexia ma, a quanto pare…”
Già, a quanto pare. Vada, adesso, ma domani passi in Centrale. Dovrà raccontarci un bel po’ di cose.
Mentre mister Squonk lascia l’appartamento, incrocio lo sguardo perplesso del mio vice.
“Tenente, lo lasciamo andare via così?”
Non sono sbronzo, McPost. Non ancora. Guarda le macchie ipostatiche sul corpo della vittima. Evidentemente è morto da ore. E l’usciere ti ha detto che mister Squonk era appena salito. Non può essere lui l’assassino.
“Guardi, tenente, monsieur Confused sta…”
Lo immagino, McPost. Sta sorridendo. Anche lui come gli altri. Contenti loro. Adesso va’, segui il nostro amico e non lo mollare un solo istante.
“Ma come, prima lo lasciamo andare e poi…”
Risparmia il fiato e corri, dannato irlandese logorroico, o ti sbatto alle unità cinofile a risolvere l’annoso problema delle pulci.
Mentre il mio vice si precipita giù per le scale, infilo una mano nella tasca interna del mio impermeabile. Ne estraggo la foto ritrovata addosso alla vittima in frac.
Mister Squonk è il quinto da sinistra.