E in definitiva, la pubblicazione del
libro scritto e misto mica la volevo fare, come già dissi e descrissi. Laonde per cui, fin qui ho osservato silenzio e vita ritirata, a giusta penitenza.
Dappoiché, tuttavia, il danno è ormai fatto e stampato, ieri l’altro mi punse vaghezza di conoscerla, questa rutilante vita del Pubblicato. Avete pur scienza di cosa intendo: ospite d’onore in simposi letterari, interviste radiotelevisive, biografie non autorizzate e, soprattutto, orde di ammiratori in famelica caccia d’autografo.
Tutto questo comporta, e altro, l’essere popolare.
Ora, per una malaugurata confusione nel riferirmi alla giusta accezione del lemma popolare, mi ritrovai nella kasbah d’un moderno Centro Commerciale, con famiglie vocianti e carrellomunite e pallidi single armati di tristo cestello.
Giudicai opportuno assumere un’identità aulica ed esotica – sapete, ora sono un Pubblicato – e mi appalesai dunque nomandomi qual Vitantonio, sfoggiando una sobria sahariana e un foulard di seta sintetica avvitato al collo.
L’incedere doveva essere, e infatti era, noncurante e dinoccolato, con braccio destro oscillante a mo’ di pendolo di Foucault.
La testa tentennava costantemente in un simil-parkinson, a significare il mio giudizio critico sulla società contemporanea tutta.
Il sopracciglio destro inarcato e la fronte aggrottata denunciavano ironico snobismo malportato.
Dopo un’ora passata a dinoccolare, tentennare, inarcare e aggrottare, avevo crampi a ogni muscolo, compresi e non esclusi quelli maxillo-facciali.
Eppure, vi parrà strano, la folla ognicomprante fluiva distratta attorno a me, senza procedere ai giusti cori di giubilo per la sola mia presenza. Che diamine, eppure io sono un Pubblicato.
Ma ben si sa che i sabaudi son ritrosi e riservati, difficilmente fermano per strada i loro idoli per dimandar loro di vergare una firma autografa con dedica. Ciononostante, ecco che uno di loro, degli altri meno pavido, si fece avanti con carta e penna, pronunciando un timido Mi scusi…
Ma certo, dia qua, risposi prontamente, strappandogli di mano la cartelletta e siglando con soddisfazione il mio primo autografo (solo successivamente ho scoperto d’aver così sottoscritto un contratto irrevocabile per l’acquisto dell’enciclopedia in tomi diciassei sulle abitudini sociali dello yak albino del basso Mekong).
Infine, avuto che ebbi il mio bagno di folla, e constatando che il Pubblicato non vive, come potreste credere, sol di arte, approfittai per effettuare alcuni acquisti necessari (c’era il 3 x 2 sul nettare e l’ambrosia).
Superai quindi con nonchalance la lunga coda alle casse, rispondendo benignamente Laissez faire, laissez passer a quanti protestavano per il mio mancato rispetto del turno. Ahimé, proprio all’ultimo un’orrida ottuagenaria, vice-campionessa rionale di ju-jitsu, con il manico del bastone da passeggio m’afferrò ai garretti, facendomi volteggiare per l’aere e depositandomi infine, e senza la dovuta delicatezza, sul nastro trasportatore della cassa. Giunto che fui in corrispondenza del lettore ottico, provocai mio malgrado un corto circuito al sistema centrale delle casse, in quanto articolo sprovvisto dell’apposito codice a barre.
Fu invero a questo punto che l’intera popolazione presente nel Centro Commerciale (pari per numero a quella del Burundi), già esasperata per le lunghe attese in coda, m’inseguì fino al parcheggio antistante il Centro, malmenandomi con ogni sorta di oggetto contundente (ho potuto rilevare, in un momento di lucidità, anche l’utilizzo di un didgeridoo).
E più io gridavo d’essere un Pubblicato, più la folla rinnovava ferocia e percosse - me ne domando ancora la ragione.
Finalmente riuscito a sottrarmi agli ammiratori che ancora tumultuavano, raggiunsi seppur malconcio la mia abitazione (tacerò qui il fatto che, sul mezzo pubblico adoprato, sono stato multato perché non dotato del biglietto obbligatorio, e di come la mia offerta di saldare l’importo dell’ammenda mediante un corrispondente numero di copie di Perse in partenza sia stata inopinatamente rifiutata).
Perdonai allora al volgo questa piccola incomprensione. Si sa che la gente ha bisogno di tempo, per riconoscere il talento. Mi girai quindi verso l’urbe, prima di varcare il portone di casa, benedicendo l’orbe con gesto ieratico.
Purtroppo il mio braccio alzato e le tre dita benedicenti e bizantine vennero scambiate per un richiamo da parte di un tassista di passaggio che, fermatosi, a viva forza mi caricò sull’automezzo. Hai voglia a spiegare che io era già arrivato a casa, e non necessitavo pertanto di alcun trasporto.
Ormai, mi spiegò, trovandomi a bordo ero costretto a effettuare una corsa a titolo oneroso, che lui mica era qui per gingillarsi, che diamine.
E va bene, risposi, ma mi faccia almeno fare la corsa minima.
D’accordo, acconsentì quello, il minimo che posso fare è riportarla al parcheggio da cui sono partito. E’ qui vicino, al Centro Commerciale. Ci dev’essere una festa, laggiù, c’è un sacco di gente che si agita. Vedrà come si diverte.