In principio è il buio, poi la terra e i sassi, e infine veloci i piedi, e nudi.
Tra campi di stoppie, caldi del giorno ancora, lei corre in sottana e scialle, la masseria alle spalle e di fronte il paese piccolo e la notte di pieno plenilunio.
Sotto i piedi e la terra, crocchiano a ogni passo le ossa degli eroi di lancia e falce, antichi.
Accade così ogni volta: al colmo del mese, lui digrigna e geme e si strappa camicia e pelle, e le grida di non voltarsi, di correre senza fiato da sua madre e lontano, per tornare a lui a giorno fatto, in salvezza d’entrambi.
Solo con l’alba fa ritorno, e lo trova sul battuto davanti casa, graffiato e morto quasi. Lo abbraccia allora lei, lo cura con la voce, gli ricorda il suo nome e lui ritorna da lontano.
Allora poi e per successivi i giorni è ancora il marito innamorato e bello che ha voluto un anno fa. Lavora al campo lontano, e lei a sole alto gli porta l’orcio con il vino, fresco e chiaro, e parlano succhiando noccioli d’oliva. Poi lui riprende a combattere inutilmente la terra ai sassi e alla stagione, mentre lei lo guarda, ed è suo.
Ma poi, la notte, la pienaluna, ancora, e le grida e la corsa a piedi feriti e scalzi dalla masseria al paese di case poche.
La madre ormai lo sa e veglia l’attesa masticando novene, mentre occhieggiano le imposte dei vicini a mormorar calunnia.
E nessuno sa il mistero dell’uomo, e lui nemmeno, che a ogni luna bisogna fuggire e non guardare.
Nessuno sa, ma la levatrice forse, vecchia e cieca che ha commercio con la notte, e conosce parole e cose.
Se la notte in cui nacque - dice la vecchia, segnandosi tre volte il petto – la luna piena lo volle, bagnandolo di luce, sarà per sempre schiavo. I lunatici son belve, e fanno strazio di donne e inseguono per infelicità la luna in fondo ai pozzi.
Ritorna lei allora lungo la strada di polvere che avvicina alla masseria, pungendosi con cardi selvatici, e gli dice che non fuggirà più, che ogni notte resterà d’ora in poi a casa, e che non ha paura.
Me ne andrò io, allora, e tu dovrai chiudere il chiavistello della porta, e non lo aprirai, nemmeno se ti scongiurerò.
E alla notte di tutta luna, lui scappa nei campi e urla, mentre lei serra il chiavistello. Ritorna poi e batte la porta, e la graffia e la strattona, e la scongiura di aprire, per pietà, se mi vuoi bene, apri e non soffrirò più.
Al mattino lo trova come sempre a terra, sconfitto e bianco.
Ancora un mese, e sempre quelle unghie che scarnificano porta e muri, ancora quei colpi, e lei che non ha paura.
Nelle notti dopo, un vento caldo che sa cose d’Africa la fa alzare dal letto spesso, mentre lui dorme, bello e nudo. Alla finestra lei lascia che i pensieri se li porti lo scirocco.
Risente quelle urla, quelle unghie, quel calpestio di bestia in caccia, e immagina le percosse su di lei, sull’anima e sul corpo, pensa ai graffi e alle ferite, e lo scirocco le riempie la bocca di un umore liquoroso.
E’ male, e dirlo non può alla madre, alla levatrice o a lui, e lo dice alle pale allora dei fichi d’india, graffiandosi in punizione, lo dice agli odori di un mare lontano e visto mai.
E al terzo mese, una luna rossa e calda colma il cielo cancellando costellazioni, che gli uomini subito dimenticano come non esistite ancora.
Lo sente che ritorna, ne riconosce la furia d’animale cieco, lo ascolta mentre con i denti scortica l’intonaco dei muri.
Lei si avvicina alla porta, la sfiora, la tocca, afferra il chiavistello, toglie la mano poi, padrefigliospiritosanto, che cosa sto facendo, lu Signuruzzu mi deve aiutare, e mentre la porta vibra a ogni colpo, la bocca le si riempie di umore liquoroso ancora e dolce, e allora afferra il chiavistello e lascia che la porta ceda, a lei eguale, e finalmente lo vede, finalmente sa, e gli occhi di lui sono mille occhi, e il suo volto tutti i volti, e non ha inizio né fine né mezzo, ed è ogni cosa, è anche lei, la masseria e la luna; e lui, il dio, mentre piano tutto scolora - la luna, la masseria e lei - sa con stupore che quel frammento di dolorosa imperfezione non riuscirà a sognarlo, magnifico, eternamente mai più.