Cronache dalla fine del mondo
(profili, tre di cinque)
Sapeva che sarebbe accaduto, ora e ancora.
Lo attendeva, e l’attesa era già un arrendersi, soltanto e appena diluito.
Ricordava da distante, come un pensiero non suo ma solo raccontato, l’anno in cui era sceso, per caso e per sempre, alla stazione di quel paesino di troppa campagna. Un villaggio di pietra grigia e senza voce. Un luogo di cui, per così tanti anni e ancora, non conosceva neppure il nome, o la lingua.
Eppure era lì che la vita, per quanto era lontana, non arrivava più a far male.
L’imperfezione di ogni mondo lo aveva premuto da tutti i lati fin quasi a schiacciarlo, togliendogli spazio e respiro.
Tutto era così incompleto, così sbagliato.
In quel villaggio aveva potuto allontanarsi e difendersi e quasi dimenticare ogni imperfezione.
Aveva costruito una grande serra, dove da anni ormai coltivava fiori d’ogni colore e profumo. Tutti i mesi si faceva inviare per posta bulbi e semi da ogni parte del mondo, e passava i giorni a interrare, seminare, tentare innesti.
Migliaia le piante, ormai, a disegnare il mandala di una vita a margine.
Se si fosse interrogato in proposito, avrebbe forse potuto dirsi impercettibilmente felice.
Eppure, accadeva ogni notte.
Qualcosa che vedeva in sogno, la stessa cosa e sempre, e mai riusciva a ricordare al rapido risveglio, già in apnea.
Anche quella notte si destò, nel villaggio che respirava un grigiore appena chiaro.
Uscì di casa schiacciando a piedi nudi brividi ed erba umida, e raggiunse la grande serra sul retro del giardino.
Una mano.
L’interruttore.
La luce.
Di fronte a tutto quello, iniziò a ricordare.
Ogni singola pianta era d’improvviso fiorita, esplodendo colori.
Migliaia di piante, diverse per stagione e tempo, e tutte adesso in fiore, di notte, in quella notte.
Era così che l’aveva cercata per milioni di anni e più ancora.
La perfezione.
Nulla era fuori posto, in ritardo o in anticipo, mancante oppure sbagliato.
Il suo mondo, lì e adesso, dopo tutto quel tempo, era la massima perfezione possibile.
Era chiaro ora il sogno, e il senso, e sapeva cosa fare.
Non aveva molto tempo.
Iniziò subito, indossando i guanti e il grembiule.
A prima mattina, il lavoro era terminato.
Il tempo non avrebbe più mutato quella perfezione, non l’avrebbe corrotta o mutilata.
Nulla avrebbe rovinato l’attimo completo e giusto che aveva conosciuto.
Si asciugò la fronte e lasciò cadere le cesoie sul pavimento della serra, coperto da migliaia di corolle recise.