Cronache dalla fine del mondo
(profili, quattro di cinque)
Le ultime cose rimaste erano state, come per un gioco, le prime che avevano comprato insieme.
Ancora un giro per le stanze, a controllare di aver messo in valigia tutti i giorni più importanti.
I mobili erano già venuti a prenderli al mattino, lasciando solo poche cose inutili: qualche suppellettile, le vecchie tende alle finestre, e lei.
Per nulla facile, la decisione di vendere la casa doveva aveva vissuto negli ultimi trentacinque anni.
In tutto quel tempo, d’altronde, facile non era stato nulla e nessuna cosa. Fin da quando lui non era tornato più.
Per molto tempo non era riuscita a comprendere come quell’immagine di donna sola con tre figli da crescere e un mutuo da pagare, che abitava ostile ogni specchio o vetrina, potesse essere la sua. A volte il nostro corpo non è noi, e l’immagine sembrava così distante da quel che aveva sperato.
Ma poi, anche i sogni cedono e son piegati da ruggini e giorni.
Aveva trovato un secondo lavoro nella cucina di un ristorante non lontano da casa. Alla sera prendeva il minore dei tre figli e lo portava con sé, raccontandogli che quello era un gioco, lei una fata in esilio e lui un principe senza terra. Il piccolo si addormentava poi in un angolo della cucina, in mezzo al rumore dei piatti e al fumo dei soffritti.
Quando, a notte piena ormai, tornava a casa con il bimbo addormentato in braccio, cercava di far piano per non svegliare gli altri due figli, abituati a difendersi da soli dalla sua assenza.
Non ricordava di averli visti crescere. Una notte, non differente dalle altre, aveva aperto la porta di casa e se li era trovati adulti.
Aveva chiesto indietro quegli anni, vissuti da un’altra al posto suo, ma la domanda era stata respinta.
La figlia maggiore non le aveva mai perdonato d’essere rimasta lei, invece del padre. Ora si sentivano ogni tanto al telefono, ma non sapevano ormai e più cosa dirsi, e si presto arrendevano alle troppe distanze di anni e di parole.
Il secondo figlio era sempre stato un mistero silenzioso. Da ragazzo la guardava con quegl’occhi pieni di domande mai poste, a cui lei non aveva tempo di dare ascolto. C’erano le spese per la scuola, per i vestiti, per il medico, per la casa. E solo lei a sperare in un futuro breve.
Ora quel ragazzo era uomo da qualche parte del mondo. E chissà se aveva ancora domande negli occhi, e qualcuno finalmente a concedere risposte.
Anche il piccolo principe senza terra adesso si era sposato, e una nuova famiglia era un regno che non poteva ricomprenderla più.
E infine c’era la casa. Troppo grande per lei sola, ma non per questo l’aveva venduta.
Le sembrava che ogni imperfezione della parete, ogni fessura degli infissi, ogni nodo dei vecchi tappeti avesse assorbito e legato per sempre la sua vita, la sua fatica, le notti grandi e vuote, e ogni minuto di quei trentacinque anni.
C’erano, là dentro, ricordi solidi come promesse, e parole mai dette.
Uscì nel piccolo giardino, chiudendosi per l’ennesima volta, e ultima, la porta alle spalle.
Girando la chiave nella serratura, comprese che stava stringendo un patto, e rinunciava a tutti e a ognuno di quegl'anni.
Girò le spalle alla casa, dimenticandosi della valigia.