URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, settembre 04, 2006
Le scarpe nuove

Che sarebbe poi stato proprio quello il giorno, lo si era capito fin dal mattino presto, quando Cinto aveva ricominciato a parlare dopo due mesi passati a denti stretti. Il male non aveva impiegato poi molto a succhiargli via le forze da braccia e petto, sfiancandolo inutile sopra un pagliericcio. Dalla finestretta in fondo allo stanzone aveva guardato passare, in silenzio, la fine della stagione e l’inizio di quella successiva.
Ma quel mattino aveva poi parlato.
- Siete qui – aveva detto. La sorella Palma gli aveva carezzato i capelli stanchi, ma Cinto non parlava con lei, né con gli altri della casa.
- Ci siete tutti – aveva continuato, e i suoi occhi guardavano verso un punto in fondo alla stanza. Aveva poi preso a chiamarli tutti per nome: il fratello Mino, morto che lui aveva appena compiuto ott’anni, il padre e la madre, l’amico Tonio con cui andava a rubar mele e uve nei campi d’altri, e che poi non era più tornato dalla guerra. Con tutti Cinto questionava, raccontava, e ascoltava.
- Son venuti a prenderlo – aveva detto Palma al dottore, venuto a visitar Cinto verso mezzogiorno.
- Superstizioni – aveva risposto il medico – e poi il cuore è ancora forte.
Un’ora dopo, Cinto era mancato.
I parenti più stretti e i vicini di casa l’avevano vegliato poi per tutta notte così come si usa, parlando del raccolto, mangiando nocciole, e ridendo perché qualcuno giurava d’aver visto il prete andar per frasche con la margàra che stava su ai Lisini.
Ma lui, Cinto, aveva un’espressione corrusca e tesa, quando avrebbe dovuto invece e finalmente riposare come fan tutti una volta morti, che almeno le fatiche e i pensieri non se li portano più dietro.
Al mattino, che ancora non s’era fatto pieno giorno, arrivò a piedi Masina, la sorella più grande di Cinto e Palma. Abitava dall’altra parte del mondo, appena oltre la riva del Tànaro. Il Tànaro divide la valle in due con gorghi e correnti che lasciano ferma la sola superficie, e le famiglie al di qua e al di là del fiume non attraversano il ponte sui calanchi se non alle feste comandate. Masina s’era fatta vecchia e stanca, e non veniva più da questa parte del mondo da quasi cinque anni. Era la più silenziosa e mite della famiglia, la più minuta. Entrò nella stanza a occhi bassi, avvicinandosi al fratello. Cinto era stato rivestito con l’abito buono, quello blu, comperato per il matrimonio della figlia dieci anni prima. I piedi erano uniti da una garza che li fasciava stretti tutto intorno. Masina disse soltanto, con un filo di voce appena:
- Se ne deve andare con le scarpe nuove.
Palma la fissò sorpresa.
- Ma nessuno tiene in serbo scarpe nuove per il giorno del funerale. Scarpe nuove non ce ne sono, solo le sue, quelle della festa. Sono ancora buone.
Masina non aveva alzato gli occhi da terra. Con voce ancora più flebile, talmente bassa da essere un urlo sotterraneo, ripeté ancora:
- Se ne deve andare con le scarpe nuove.
L’urlo, udibile appena, fermò ogni altro rumore nella casa e in tutto il borgo. Comprese ognuno che non c’era più nulla da discutere. Tutti i ragazzi che non erano ai campi vennero mandati a cercare di casa in casa le scarpe più nuove. Riportarono scarponi scompagnati, stivali da caccia frusti, zoccoli di legno che ormai mostravano il calco del piede che li calzava ogni giorno, e alcune stringhe sfilacciate, accatastando tutto ai piedi di Masina.
Il volto di Cinto restava contratto e serio.
- Ecco, queste sì che sono nuove – disse entrando una ragazzetta che era stata a rovistare nella casa di Palma e ne ritornava con un paio si scarpe bianche da donna, con tacco e cinturino.
- Lasciale, sono mie! – protestò la figlia di Palma, arrossendo.
- Tue? E come le hai comprate, disgraziata? - domandò la madre.
- Sono per il mio corredo, le ho comprate alla fiera di San Giacomo.
- Ecco dove sono finiti i risparmi della madia! Vai a casa, con te i conti son solo rimandati – sibilò Palma, pettinando uno scappellotto alla nuca della figlia che stringeva le scarpe bianche, disposta a difenderle a ciascun costo.
Masina parlò di nuovo.
- Avete avvisato tutti del funerale?
– Sì, tutti - rispose Palma.
– Anche il signor Ferrero di Neive?
Il signor Ferrero era padrone di campi e vigne, e aveva una cantina in Neive a cui tutti i contadini del Tànaro vendevano le proprie uve dopo la vendemmia. Cinto aveva lavorato per lui per quasi tutta la vita, ma il signor Ferrero non andava mai ai funerali dei contadini, né ci si aspettava che andasse a quello di Cinto.
- Verrà. Vado io a chiamarlo – sussurrò Masina con un respiro di granito.
- Ma il funerale è domani mattina, non si fa in tempo.
- Parto ora.
- Cosa dici? Arriverai là a notte.
- La porto io.
Tutti si girarono verso la porta. La voce del birocciaio era arrivata fresca e chiara come pioggia a marzo.
– La porto io, che a me Cinto mi ha mica mai negato un piacere, se glielo chiedevo. Faccio conto che ora me l’abbia chiesto lui. Attacco il cavallo al biroccio.
Il giorno dopo, a mezza mattina una macchina aveva lasciato davanti casa di Cinto il signor Ferrero, con panciotto e bastone da passeggio, e gli occhi bassi di Masina. Prima del mezzodì, il corteo funebre si partì dalla casa, con il prete che stonava il de profundis, il chierichetto che roteava il turibolo cercando di colpire le mosche cavalline, e il feretro portato a spalla dai parenti.
Cinto passava per l’ultima volta a ridosso dei muri del borgo, che erano stati porto e mare di tutta una vita. Aveva finalmente il volto disteso, sereno, luminoso quasi quanto il sole che sfavillava sulla vernice delle sue scarpe nuove.
In fondo al corteo, accanto a Masina, il signor Ferrero sciabattava sorpreso in un paio di scarpacce color fango.

affrancato e spedito da Effe | 08:44 | commenti (32)

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