Est! Est! Est!
(ma si inizia da ovest)
Se lo chiedeva qualche tempo fa anche Caracaterina: che fine fanno tutte le parole, anche quelle che non usiamo, che restano sospese, possibili, inverosimili, cancellate, scordate?
Da qualche parte devono pur essere, perché le parole sono oggetti, lo sappiamo da sempre.
Parole-cose, con peso specifico e forma.
E hanno bisogno allora di luoghi.
Di occasioni.
Di cittadinanze.
In Brasile, ad esempio, c’è il Museo della Lingua Portoghese, unico museo al mondo dedicato alla bellezza di una lingua. Un luogo per non perdere le parole.
Raquel ci racconta una mostra del museo, dedicata a Joaõ Guimarães Rosa. Ce la racconta per immagini – immagini, però, fatte di parole. In una delle immagini, le parole restano letteralmente sospese per aria grazie al contrappeso della terra del Sertão.
Le parole hanno peso, e volano tuttavia.
Le parole sono materia.
Ecco perché piacciono gli editori che hanno cura della materia con cui stampano i loro libri, che scelgono carta speciale, lettering particolari, inchiostri inusuali.
Vien da sé che siffatta attenzione appartiene più all’editore meno dimensionato, piuttosto che alla Grande Catena Mostruosa.
Segnalo allora le Edizioni Estemporanee (o EdEst, da cui il titolo del post), specializzata in letteratura ibero-americana (autori già noti, ma anche – ed è qui il maggior merito - quelli mai tradotti prima in italiano, come la panamense Rosa Marìa Britton ).
EdEst ha copertine che non lasciano scorrere invano il polpastrello di chi sfoglia; lo trattengono, chiedono tempo e attenzione. La carta usata è spessa, e le parole si ancorano alla superficie, aderiscono, restano sospese a mezz’aria, liberate dalla pagina a invischiate nella materia.
In qualche posto si trattengono e hanno vita, le parole, e di noi non si dimenticano.