URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, settembre 18, 2006
Il dio delle colline
(storia quotidiana in tre atti, due finali e un mistero)

Atto primo

Aveva la stagione color di prugna e miele, calda. Di traverso le stoppie crocchiava l’odore a grani grossi delle crete secche sotto cielo e suole.
Vero: sul pomeriggio, a ogni quarto tocco di campana, s’alzava dalla forra del torrente un vento di nuvole fredde e tese, un vento scuro che portava temporale; ma era un temporale che indugiava sulle creste di collina senza osare mai il fondovalle. Anche il tuono non era di schianto secco, ma sempre un rotolar di massi a mezza costa, un rimandare.
Solo di mattina presto la terra espirava una nebbia umida e notturna che stagnava a mezz’aria come un secondo cielo; ma subito il sole premeva vita e suoni al terreno arso.
L’unico a venire interrogato al chiuso della privativa fu Dolfino detto Masnà, che giocava con i bambini del paese e non sapeva d’avere già trent’anni.
– Credere bisogna pur credere. A Delio Fassio, che non ci credeva, gli è morto il braccio – disse Masnà, agitando entrambe le braccia a dimostrare che le sue, invece, erano ben vive e adatte al volo.
Lo lasciarono scomparire dall’usciolo della privativa, ché quella storia la conoscevano già e da lui non avrebbero saputo altro. Era avvenuto molti anni prima, o così ancora si raccontava: quel Fassio era mezzadro, su alle Braci, e Ménico Reviglio, ancora ragazzo, stava a servizio da lui. Fassio quella volta l’aveva battuto più del solito, e il mese dopo il braccio gli si era fatto secco e inutile.
- Sciocchezze! Bestialità! – gridò il farmacista all’interno della privativa, battendo il pugno sul tavolaccio umido.
Alla stagione successiva, Ménico Reviglio aveva avvertito tutti di anticipare la vendemmia d’una settimana almeno; era poi discesa grandine per dritto e per traverso, e aveva fatto strame dei filari a quelli che non avevano creduto.
- Superstizioni del demonio – rinfocolò il prevosto agitando il breviario.
Ora Ménico Reviglio era uomo e vedovo, e aveva casa in una grangia sopra un bricco, là dove la stradetta dalla conca di Paroldo sale la collina, e piega poi dietro uno sperone e tace. Alla grangia saliva chi aveva la giovenca che ancora non figliava o il fidanzato renitente alle nozze, quanti malsopportavano debiti e chi non riusciva a tirar grande il primogenito con il mal sottile.
Il vedovo Reviglio consigliava, risolveva, dava medicamenti e rimedi che ravvolgeva dentro certi sacchetti di juta, o insegnava orazioni ai Santi; altre volte invece, e senza ragione, s’infuriava e con un bastone inseguiva fin sull’aia i postulanti e li ricacciava poi oltre lo sperone.
- Turba l’ordine pubblico – sentenziò il podestà.
Si diceva poi che a qualche ragazza in età da marito, salita da lui per un consiglio sul futuro sposo, il vedovo Reviglio avesse già ben mostrato il perché e il percome dei doveri coniugali, e che alla moglie del fornaio, che gli aveva chiesto di farle ricrescere i capelli caduti per la febbre saracena, avesse per dispetto fatto spuntare una barbetta riccia.
E tuttavia era anche certo che alla famiglia che stava giù ai Roveri, e proprio in quell’anno di poco raccolto e molti buchi nuovi nella cinghia, aveva fatto nascere due vitelli gemelli già grossi come manzi, con cui la famiglia aveva fatto dote per le due figlie grandi.
Non c’era poi dubbio che il vino nuovo riuscisse solo perché ogni anno a San Martino il vedovo passava a buttar nei tini qualcosa che cavava dai suoi sacchetti di juta.
L’oste, che aveva avuto in gestione la privativa solo perché cognato del podestà, non aveva per vero nulla contro il vedovo Reviglio, ma era stato compreso lo stesso in quella improvvisa commissione che aveva per tribunale la sua mescita, ché le parentele hanno un peso buono e uno cattivo, e si deve piegar la schiena sotto entrambi. Sospirò, dovendo partecipare agli altri la sua opinione, seppur cotta e mangiata solo per l’occasione.
– E’ un senzadio.
– E poi è perfino socialista – rincarò il podestà.
- Dio ne scampi! – tuonò il prevosto, mentre si favoriva un bicchiere di rosso dopo essersi segnato il petto.

(continua)

affrancato e spedito da Effe | 00:23 | commenti (16)

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