La croce e il segno
Se non c’è nessun altro, ségnati con la croce e volta indietro.
Eran giorni, quelli, in cui ogni parola pesava ed era tanto solida da far ombra sul terreno. Eravamo in ascolto di ogni rumore, e di ogni assenza di rumore, per leggere il destino.
L’inverno aveva avuto la coda lunga.
Abitavamo in quella cascina lassù a mezza costa, e ogni giorno eran tre chilometri di sentiero giù verso il paese e l’unica scuola. Ci si alzava che non era chiaro ancora, e a volte c’era mezzo metro di neve, e noi non avevamo che zoccoli di legno e una mantella cerata. Mio padre spalava neve per cento metri, e alla cascina successiva facevano lo stesso, così che c’erano tratti in cui gli zoccoli non affondavano. Ma al giorno continuava a fioccare, e nel ritorno in salita i piedi si ghiacciavano sul sentiero cancellato di bianco.
Intorno all’unica stufa della casa, avevamo chiamato per nome anche gli ultimi giorni d’inverno. Mancava non molto a primavera e alla Liberazione, ma ancora non sapevamo l’una né l’altra.
Se non c’è nessun altro, ségnati con la croce e volta indietro.
L’otto aprile fu l’ultimo giorno dei fratelli Barge.
Il maggiore era già salito a monte con le Brigate Garibaldine, mentre gli altri tre velavano la sua assenza continuando a lavorare la campagna.
Dorino Barge, il più giovane, a ogni mietitura e alla vendemmia traversava giù la costa dalla parte sua e risaliva fin qui a casa, dove mio padre gli dava la giornata. All’aprile le Brigate gli fecero portare delle casse loro sopra il carro, per spostare munizioni. Di ritorno dal crinale, Dorino aveva poggiato l’ultimo passo sopra la terra smossa di fresco e minata. L’avevano poi cercata a lungo tra le radici dei castagni nudi, ma era rimasta ai boschi per sempre, la sua testa.
Lo trasportarono allora al casolare più vicino per non fare altri movimenti, che la repubblica aveva occhi e tendeva orecchie. La notte stessa, gli altri due fratelli Barge lo avevano vegliato insieme, per non lasciarlo solo in casa d’altri.
I fratelli parlavano a denti stretti e occhi bassi, mentre i due vecchi della cascina sgranavano il rosario. Non sentirono nulla, finché non li avvertì il cane, ma era troppo tardi ormai. Fuori dalla finestra, i tedeschi avevano riempito l’aia e la notte fredda con parole secche. Li aveva condotti lì uno di Mombarcaro, che aveva le costole rose da una canna di pistola.
I soldati li fucilarono tutti: i due fratelli Barge, i due vecchi della cascina, e quello di Mombarcaro, che ora tra le costole aveva un foro grosso come una noce.
Per tutta notte il cane non aveva smesso di abbaiare alle ombre sull’aia vuota. Tirava la catena da matto, e ringhiava contro nessuno. Avrebbe continuato a vedere e a sentire per sempre quella notte. Era solo più un raschio rauco, il suo abbaiare, quando alle prime luci il padre dei Barge dovette abbatterlo per compassione.
Il mattino dopo mio padre guardava giù verso il Bormida, che ancora era opaco per le scurezze del giorno non fatto appieno.
Nemmeno il corteo funebre, gli faranno.
Gli uomini non si muovevano più dalle case e dai campi, per paura dei rastrellamenti. I ragazzini come me erano invece invisibili, e passavano a bordo dei sentieri e tra i borghi come fantasmi. Mio padre mi serrò la spalla con le dita che sapevano di terra e legno.
Cala fino allo stradone che va al cimitero, e aspetta finché passa il padre dei Barge. Resta nascosto fin quando arriva, e guarda se c’è gente che lo segue al camposanto. Se non c’è nessun altro, ségnati con la croce e volta indietro.
Lo avevo già visto da lontano, prima che arrivasse allo stradone. C’era solo un velo sottile di pioggia che sfuocava l’inizio di aprile; per il resto, non si muoveva altro, se non quell’uomo e il carro.
Sul carro c’erano sei casse, e tre erano di figli suoi.
Lo lasciai passare, guardando basso, finché il curvone oltre il ponte non lo cancellò.
La pioggia, un uomo, il carro, e poi nulla.
Voltai allora verso casa, scordandomi del segno e della croce.
(di questa storia non so dire molto, se non che è vera, con l’eccezione dei nomi di persona. Insieme a molte altre che raccolgo e conservo, appartiene a chi c’era e vuol lasciarne, per ragioni d’età, testimonianza – ma, forse, queste storie appartengono anche a noi)