URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, ottobre 16, 2006
I sette peccati capitali

Tenetevelo per detto: qualora venissi coinvolto, non parteciperei mai a una di quelle risibili catene santantonine che circolano in rete. S’ha mica tempo da perdere, qui: ci abbiamo il mondo da salvare. E tuttavia, per sollazzo potrei partecipare a una catena laddove NON venissi coinvolto. Per questo darò continuazione alla scrittura di Manginobrioches, che racconta in modo succoso i sette peccati canonici. Lo faccio però in modo eterodosso e acre (e dopo, sì, ritorno a salvare il mondo)
 
Indifferenza
Guardò la foto che qualche collega aveva affisso accanto alla bollatrice dell’ufficio. Era sorridente, lì come sempre. Nessuno di loro aveva capito. Nessuno di loro aveva saputo vedere in tempo, e chi se lo sarebbe mai aspettato, proprio da lui.
Se la vita che abbiamo fatto ce la portiamo addosso – pensò – tra le rughe e in fondo agli occhi, la morte che ci spetta, invece, dove si nasconde? Nei pugni chiusi, forse, o nelle notti di veglia. Oppure ce la portiamo in fondo alle tasche; un giorno affondiamo la mano, ed ecco tutto.
Osservò l’orologio della bollatrice. Le nove e venti. Anche per quel mese gli avrebbero decurtato lo stipendio.
Devo ricordarmi di puntare la sveglia mezz’ora prima, si disse, mentre saliva le scale.
 
Solitudine
L’impiegato e la donna gli lasciavano sempre qualche spicciolo, all’angolo della strada. Indossava lo stesso impermeabile anche d’estate, troppo per il caldo, e troppo poco per l’inverno. Non parlava mai con nessuno. La mano tesa, e lo sguardo altrove. L’impiegato e la donna, tornando verso casa, lasciavano cadere pochi centesimi, per compassione di quella solitudine, per superiorità di fronte a quella vita così vuota. Alla sera, l’impiegato scaldava un po’ di minestra alla madre, che ormai non si alzava più dal letto, e poi si addormentava di fronte al televisore spento. La donna sfogliava lettere e ricordi, domandandosi come sarebbe stata l’intera vita, se quella volta avesse detto sì.
 
Violenza
Non avrebbe creduto di esserne capace, da sola contro tutti. E invece ha fatto nascere sua figlia nell’ospedale di un altro paese, e non è tornata indietro. Il padre era sparito subito, e anche la sua famiglia le aveva detto che con lei non voleva avere più nulla a che fare. Né con lei, né con la bambina. E’ dura, resistere da soli alla Grande Città e al suo silenzio assordante. E’ difficile trovare lavoro, quando gli occhi stanchi per le notti difficili e il marsupio con la piccola fanno chiudere tutte le porte. Qualcuno le aveva fatto capire che qualche soldo gliel’avrebbe dato, nel retro del negozio o in un sottoscala. Dopo tre mesi, cammina ancora a testa alta per le strade, tra ombre che la sfiorano senza vederla.
 
Paura
Tornai indietro di qualche passo, per far scattare la chiusura centralizzata dell’auto.
Fa bene, non scordi mai di farlo, questa è diventata una zona invivibile.
Indossa un vecchio grembiule. Sulla manica sinistra, un puntaspilli. Mi osserva dalla porta del suo negozio.
Zingari. Aprono le macchine. E senegalesi, soprattutto. I senegalesi sono i peggiori. Puntano un coltello alla gola, e via. Non usciamo più, la sera. Non siamo più liberi di sentirci sicuri a casa nostra. Meglio non pensarci, a cosa è diventata questa città.
Spegne la luce del negozio e chiude la saracinesca. Si passa una mano tra i capelli crespi. L’insegna dice Farouk Douvalé, sarto.
 
Povertà
L’uomo all’inizio aveva un sogno. Ma poi le difficoltà, i primi debiti, la famiglia da mantenere. Aveva allora accettato un po’ di tutto, anche i lavori che gli altri non volevano fare. Spesso scambiava la notte con il giorno, senza vedere la moglie e il figlio che per pochi minuti al mattino e alla sera. E anche adesso, che le spalle erano ormai curve. Alle quattro del mattino faceva freddo, a scaricare ai mercati generali le cassette che avevano nomi del sud. A mercato finito, toccava cancellare passi e voci dal selciato della piazza. La macchina si fermò per il tempo necessario di un semaforo rosso. Qualcuno dal finestrino lo indicò, e suo figlio si sporse in avanti, per guardarlo dall’abitacolo. L’uomo avrebbe ben potuto dirgli L’ho fatto per te, tutto questo l’ho fatto per te, per te ho dimenticato i sogni. Ma il figlio fece cenno che no, non si trattava di suo padre. Mentre la macchina ripartiva, l’uomo strinse tra i denti un sapore amaro.
 
Ipocrisia
Glielo dirò chiaro, alla prossima assemblea di condominio.
Ma perché la connessione è così lenta, questa sera?
Lo dirò ad alta voce. In questa casa hanno sempre vissuto persone rispettabili. La parola moralità significa ancora qualcosa.
Altro che adsl, qui la rete funziona a carbone.
Non possiamo tollerare che quella nuova del terzo piano riceva uomini a tutte le ore del giorno. Che esempio diamo, ai nostri figli?
Ah, finalmente, ecco la connessione. Allora, vediamo, no, questo no, Bambine Violentate l’ho già visto l’altra sera.
 
Assuefazione
Ore venti
Antipasto di verdure grigliate
Reportage sui bambini-soldato del Mozambico.
Carpaccio di pesce spada
Città sepolte dal fango in Bangladesh
Pasta alla norma.
Mutilati dalle mine anti-uomo
Fiorentina al sangue.
Centesima esecuzione capitale in Texas.
Tarte-tatin
Bambina bielorussa violentata in orfanotrofio
Caffè. 

affrancato e spedito da Effe | 09:00 | commenti (34)

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