URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, ottobre 23, 2006
Sogni di sogni

Rimase a fondo stanza una marea, che fu sogno di oceani e tempesta.
Lasciò il Sognatore il letto che già l’acqua si attorniava alle caviglie. Chinò al pavimento liquido, a chiedersi se fosse ancora sogno, o già realtà, o il confine innominabile tra i mondi. Alla bocca avvicinò la mano, e alla mano le labbra, protese ancora e tiepide di sonno. L’acqua era di sale, di correnti e di grecale.
Si guardò d’intorno, e i  passi sommuovevano marosi brevi.
Ai bordi della stanza, negli angoli e a ridosso dell’armadio, e sotto il letto, e più raramente al mezzo della camera, galleggiavano relitti di sogni.
C’erano oggetti, aerei a elica, stagioni, vulcani, e certi tramonti di un improvviso ocra.
C’erano foglie di cedro, libri bianchi e poi cappelli.
C’erano nuvole miste a ricordi, e un imprevisto ritornare.
Alcuni di quegli oggetti li conosceva bene: erano sogni, erano vite che aveva immaginato, ancora avvolte dal termine già chiaro della notte. Ma altri relitti, le macchine volanti, scorpioni e serpenti, e fichi d’india, e deserti che ora cercavano àncora al largo del comò, quelli invece non li sapeva. Non ricordava di averli mai sognati prima.
Forse, ragionò, sono i sogni che ancora dovrò sognare. Forse è questo il materiale di cui è fatto il sogno, la sua sostanza: un eterno arrivare di vite da chissà poi dove.
Con una scopa di saggina remò piano la superficie dell’acqua per un’adunata di tutti i relitti all’angolo di muro che dava sulla strada.
Nel lasciarli sul davanzale a sgocciolare, gli oggetti perdevano colore, si gonfiavano di trasparenze diventando più leggeri, e fu necessario assicurali alla gomena del filo da bucato per non farli scivolare via verso un orizzonte di tetti e vite. Una volta asciutti e poi domati, raccolse i relitti in una cesta riponendola sopra l’armadio, come le valigie di chi ha fatto ritorno infine.
Scelse alla sera di quel giorno alcuni oggetti dalla cesta: un sari indiano, un vicolo in periferia, un senso di colpa. E li sognò.
Al risveglio successivo, e agli altri dopo, la marea aveva dato in cambio altri relitti, ancora bagnati di sogno, con cui riempì i primi due tiretti della cassettiera.
Ormai, durante il giorno tutto, non faceva che pensare agli oggetti che lo attendevano nella stanza, e al momento in cui avrebbe passato la mano sui loro contorni, rotolando i nomi tra i denti per soppesarne massa e possibilità.
A sera vuotava allora ceste e cassetti e tasche fino a ricoprire di oggetti il pavimento della stanza intero, allineando melograni e stagioni e treni a vaporiera.
Impiegava sempre più tempo a sgranare i nomi dei relitti, per scegliere tra tutti quelli giusti. I sogni erano poi i più veri che avesse mai sognato, talmente vivi da fargli accarezzare il dubbio sul suo luogo esatto tra la veglia e il sogno.
Alla luce successiva, sbrigava poi in fretta la sua vita e faceva ritorno nella stanza. Usciva ormai di casa sempre meno. Soltanto voleva sognare, densamente, a lungo, e fare sogni incongrui e pieni di verità brevi.
A ogni mattino, la marea lasciava altri relitti ancora che riempivano ormai le notti come i giorni. Così erano colorati e solidi i sogni, che tanto appariva stinta e indefinibile la vita. Non solo gli oggetti del giorno avevano perso i contorni noti, restando sfuocati nei particolari, ma anche le persone, e le voci. Il mondo si andava svuotando di senso e cose. 
E’ perché la notte è così buia, adesso. Nessuno riesce più a sognare, o si sogna da lontano, come di nascosto, gli disse poi un amico, ormai distinguibile appena in controluce.
Nel fare ritorno a casa, un giorno, conobbe che non c’erano più, all’angolo di strada, i voli dei bambini in gioco, gli occhi delle donne dietro le gelosie e le grida di uomini ai banchi del mercato. Era certo di ricordarsi, invece. Corse a casa, e svuotò le casse che aveva stivato sotto il letto, e infine li trovò, ed erano i voli, le grida e gli occhi che aveva sognato la notte prima.
Raccolse allora un’àncora appoggiata alla parete, e la gettò attraverso i vetri della finestra, che esplosero a sesto acuto.
Avvertì con leggerezza che il mondo rallentava, si tendeva, si allungava, fino a strapparsi quasi per un istante di basalto.
Quella notte, la marea esondò dalla falla della finestra, restituendo infine mondi e tutti i sogni.

affrancato e spedito da Effe | 09:25 | commenti (45)

THE CURE
Hard Boiled Blogosphere
Blog Aggregator 3.3 - The Filter

 

 

dipinto da buba