URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

martedì, novembre 07, 2006
La Città di mezzo
(notturno)
 

Cammina strade ad angolo con la notte stretta ancora in mezzo ai denti.
Non è vero che sia poi così ferma e piena: la conduce allora lui, la notte, a fondo di ogni vicolo, oltre l’ultimo cantone e fino ai campi, a tenderne le possibilità appese tra i piloni del viadotto.
Senza lui si fermerebbe tutta qui, la notte, serrata dentro pugni chiusi, tra briciole dimenticate in tasca, concentrata e secca e di scorza dura.
Riavvolge allora i giri di ogni oscurità al cambio d’ora, fino a quando alle sue spalle il cielo inizia a inacidire di un bianco nuovo.
Fino a quel momento definitivo, spinge la bicicletta vecchia e senza un freno a ridisegnare i contorni di questa parte di periferia, la Città di mezzo, e il suo lavoro sarà condurla all’indomani del buio.
E’ un luogo minimo, la Città di mezzo, che si vive e non si vede, raccontata da tradimenti e vite molto prima che dai selciati. La ricompone lui a ogni notte colmandone il perimetro, chiamando il nome delle cose perdute durante l’inganno chiaro del giorno.
Passa per strada sfiorando corpi addormentati al di là dei muri, così vicini che basterebbe allungare la mano per toccarne  i sogni umidi e i respiri che filtrano da infissi e crepe. Per non cedere ai sogni tiene stretto il manubrio della bici, si àncora a pedali e sella per non volare sopra tetti e strade e vite, si lega alla luce orizzontale e pubblica per sospingere la notte intorno agli angoli della Città di mezzo, che è un luogo mobile e concreto.
Si calca poi il cappello con visiera e alliscia la divisa vecchia da metronotte, e ricomincia a tessere un’altra volta il mondo.
Ha una famiglia a casa che non vede quasi mai, ne conosce solo le prime voci che trova al suo rientro, e i sogni che iniziano quando esce a sera. La Città di mezzo è un luogo necessario, e lui non può negarsi a quel dovere.  
Nelle strade dove distende il buio non c’è quasi nessuno, qualche ladro e tagliagole appena che esce per lavoro, e lo saluta togliendosi il cappello. Anche loro sanno la notte, e hanno famiglie che vedono a stento.
Con il metronotte scambiano sigarette e parole per passare di traverso al freddo che ancora manca a domani. Si conoscono da anni, ognuno serve un mestiere e un dio, ma non qui, che la Città di mezzo è luogo di confini dichiarati e illesi, dove tutto accade subito prima o appena dopo.
Ma all’uomo piegato contro la saracinesca chiusa tocca una spalla ora il metronotte.
Lo sguardo che si volta è sconosciuto e cieco.
Non sa la Città di mezzo, dove tutto trova improvvisamente fine.
La lama apre un varco senza tregua nella divisa e nella vita color stoffa.
Ha la notte stretta ancora in mezzo ai denti, quando cede in avanti a raschiare il selciato con il viso.
Mentre cade, si strappa in alto un angolo di buio ed entra, a un’ora sorpresa, il chiarore appena umido del giorno.

affrancato e spedito da Effe | 09:00 | commenti (24)

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